Che sia tutto un rincorrersi di spaccati di vita analoghi, era intuibile. Che la stragrande maggioranza delle volte s'ingiuria sempre contro qualcosa che oggi fa schifo vagheggiando miti e tempi favolosi ormai stinti che spesso non sono mai esistiti al di fuori dell'immaginazione, pure dovrebbe essere intuibile prima che accettabile. Cambiano nel tempo le definizioni ma non i fatti; quelli, stanno tutti lì, sfacciati, a crescere con le dovute proporzioni nel tempo, un'evoluzione quasi commovente nella sua coralità inutile.
[Ma, perennemente, uguale.]
Ho chiuso i battenti, sì, ed a sfilare tra le folle non mi rimane addosso niente più che qualche alito di cenere, niente che non vada via con un movimento della mano, dalla pelle.
La mia pelle, che ormai gode di una propria autonomia, e si comporta come le pare.
E' tutto un inutile rumoreggiare fastidioso, come i ragazzotti boriosi giù in strada coi motorini e con la moda nel cervello che alle 2 di notte fanno cagnara, tutto penosamente cittadino, colonizzato, soggiogato, là fuori. A giacere, poi, ti coglie quel qualcosa cui data l'avversione ad etichette e definizioni, non dai mai un nome - basta la forma - anche se è in grado di toglierti il fiato; e un fantasma in questo buio estivo è in apparenza una follia, ma a ben guardare è persino logico.
La ricerca affannosa del pretesto di turno per sfuggire alla sonnolenza - per innamorarsi - culmina spesso nella tragica fine di ogni volontà, questa è l'amara verità. Eh sì, ho un post-it con tutto l'elenco delle salvazioni e dannazioni del caso, da aggiornare col calendario, e di tutte le occasioni che stanno troppo avanti per poterle cogliere. Così, so che cosa sta succedendo alle mie pulsioni nervose e istintuali. Di tanto in tanto, sogguardandolo, mi verrebbe da aggiungere una postilla-promemoria per ricordarmi che non saprò dove sbattere la testa, allorché cercherò una bolla d'aria che non mi faccia poi troppo schifo: poi desisto pensando che non ne ho bisogno.
Ma, nel frattempo, c'è un romanzo di mezzo migliaio di pagine che non finisce mai.
[E ti negano sempre il diritto di protestare, i dannati]
Tuesday, June 27, 2006
Saturday, June 24, 2006
Ho dei disegni tracciati d'inchiostro sotto il gomito sinistro e un ventilatore puntato addosso da tempo immemore, il solito caos e Pirandello che mi aspetta da qualche parte nel libro che tengo ostinatamente chiuso, dedicando più attenzione a Campo Fiorito al pc a contare i pochi secondi di mattinata residui. Iniziando, spesso, in burrasca, diventa tutto quanto identico a se stesso, se non si è abbastanza abili da impedirlo, e interessati, io credo, a farlo.
Trascinando giù, da dentro, certi rimasugli di nottata, scintillanti e sfuggenti, la musica diventa strana, diventa quella, e succede che sembra di stare nel Mago di Oz, senza spaventapasseri né omini di latta, e soprattutto, senza un particolare tifone responsabile di questa specie di piroetta da capogiro comprensiva di abitazione sotto la sedia.
Ogni tanto le cose s'impolverano come per dispetto del vento _e_ si diventa strani a non sapere spiegare quell'ordine perentorio e innato che intanto aumenta d'intensità da dentro, e giacché non c'è mai molta scelta che obbedirgli, ti sospinge come una nuvola verso una nuova stagione. Non è la prima volta e le vertigini non vengono più, è come completare un ciclo. Solo, ci rimetti sempre un pochino d'infanzia, in quantità infinitesimale se ti va bene, ma ce la rimetti perché insomma, è questo il prezzo da pagare per una simile risoluzione, e le partenze poi sono sempre così.
Un sogno e tantissimi segreti da conservare lungo la rotta, per esempio che non ci sono i mattoni gialli lungo il sentiero, solo campi di granoturco da sfiorare, dove i decibel muoiono, e si cavalca così. Con le mete sui sorrisi.
Finalmente.
On air:Missing - Vangelis
Trascinando giù, da dentro, certi rimasugli di nottata, scintillanti e sfuggenti, la musica diventa strana, diventa quella, e succede che sembra di stare nel Mago di Oz, senza spaventapasseri né omini di latta, e soprattutto, senza un particolare tifone responsabile di questa specie di piroetta da capogiro comprensiva di abitazione sotto la sedia.
Ogni tanto le cose s'impolverano come per dispetto del vento _e_ si diventa strani a non sapere spiegare quell'ordine perentorio e innato che intanto aumenta d'intensità da dentro, e giacché non c'è mai molta scelta che obbedirgli, ti sospinge come una nuvola verso una nuova stagione. Non è la prima volta e le vertigini non vengono più, è come completare un ciclo. Solo, ci rimetti sempre un pochino d'infanzia, in quantità infinitesimale se ti va bene, ma ce la rimetti perché insomma, è questo il prezzo da pagare per una simile risoluzione, e le partenze poi sono sempre così.
Un sogno e tantissimi segreti da conservare lungo la rotta, per esempio che non ci sono i mattoni gialli lungo il sentiero, solo campi di granoturco da sfiorare, dove i decibel muoiono, e si cavalca così. Con le mete sui sorrisi.Finalmente.
On air:Missing - Vangelis
Wednesday, June 21, 2006
[Post ricostruito]
I bagni di sole nelle altre città sono nocivi all'asservimento di un proprio dovere, ché, dopo, il cervello che non ha più i paraocchi, alla vista di una Terra Promettente (non Promessa, nda) poi lo si deve ricondurre alla ragione a colpi di frustino ed è peggio.
Ma ho potuto stendere i lenzuoli per un po' ed era il sollievo del bianco delle pubblicità.
Peccato che il dannato secchio dell'autocritica goccioli sempre sopra la testa e i rattoppi siano una delle peggiori truffe del mondo. Ti stanchi le braccia a pararti i capelli.
Quanto era ed è difficile adattarsi gli indumenti addosso se questi si chiamano Aspettative, con tutti quei nomi e quelle frasi che trasudano dalla pelle scivolando fino alle caviglie nel modo irritante in cui scendono le lacrime, specialmente se ci si era affezionati come a un vecchio orologio da taschino. E' stancante tenere presente ciò che non c'è più nessuno a ricordarti, che anche se ci fosse non sai nemmeno se davvero te lo ricorderebbe - ma i cubi di rubik non sono importanti adesso - così come è stancante sfatarti una menzogna e riadattarti a un ruolo che non c'era più, prima. Ti senti un po' più idiota. E' un peccato lasciar bruciare i crepuscoli senza raccontarli a un cieco, sarebbe artificioso eppure dovrebbe essere sempre come in Amélie.
Spontaneo e mai menzognero.
Certe volte, sai appena cosa sogneresti sussurrandolo, un "c'era una volta" senza fate e senza draghi ma col sole fuori.
Manca una corda a tirarti fuori dal crepaccio. Con tutta questa voglia di gridare, se solo l'eco non stordisse.
C'è bisogno di una vacanza.
Ma ho potuto stendere i lenzuoli per un po' ed era il sollievo del bianco delle pubblicità.
Peccato che il dannato secchio dell'autocritica goccioli sempre sopra la testa e i rattoppi siano una delle peggiori truffe del mondo. Ti stanchi le braccia a pararti i capelli.
Quanto era ed è difficile adattarsi gli indumenti addosso se questi si chiamano Aspettative, con tutti quei nomi e quelle frasi che trasudano dalla pelle scivolando fino alle caviglie nel modo irritante in cui scendono le lacrime, specialmente se ci si era affezionati come a un vecchio orologio da taschino. E' stancante tenere presente ciò che non c'è più nessuno a ricordarti, che anche se ci fosse non sai nemmeno se davvero te lo ricorderebbe - ma i cubi di rubik non sono importanti adesso - così come è stancante sfatarti una menzogna e riadattarti a un ruolo che non c'era più, prima. Ti senti un po' più idiota. E' un peccato lasciar bruciare i crepuscoli senza raccontarli a un cieco, sarebbe artificioso eppure dovrebbe essere sempre come in Amélie.
Spontaneo e mai menzognero.
Certe volte, sai appena cosa sogneresti sussurrandolo, un "c'era una volta" senza fate e senza draghi ma col sole fuori.
Manca una corda a tirarti fuori dal crepaccio. Con tutta questa voglia di gridare, se solo l'eco non stordisse.
C'è bisogno di una vacanza.
Thursday, June 15, 2006
Incantarsi con una voce. Il pensiero che si assottiglia, si alleggerisce e si fa trasparente su un sottobosco che ogni tanto rinverdisce e ogni tanto agonizza in siccità. E non sentire più nulla se non la placida respirazione di un polmone verde.
Mi chiedo quante poche volte succeda, che una voce ti catturi con disquisizioni circa l'ammiraglio delle zanzare - nientepopodimeno! -, eppure succede, e allora mi dico.
Mi dico che evidentementenon mi aspettavo altro, che non ti aspettavi altro che qualcosa, una voce, un incantesimo, che ti prendesse e ti trasicinasse via.
[Non ricordo più]
Come quando vivevi con lo zaino a portata di mano pronta a ricominciare altrove, in attesa solo del fischio d'inizio. Perché non c'era nient'altro che volessi di più.
C'erano i pretesti, e c'era la motivazione vera.
La motivazione vera, quella che ti frega, quella che non puoi non guardare bene da vicino perché sono poche le volte in cui regge, ed è quella che, se viene meno, ti lascia in una piazza enorme senza bussola. La motivazione vera che è in grado di bruciarti tutto il percorso, tutto il davanti, tutto il dietro, nascondendoti ogni sorta di traguardo.
E suvvia: in tema di percorsi, la penna a sfera mi traccia pazientemente il percorso prossimo venturo fatto di bibliografie e autori. Patetiche passerelle accademiche, dei pretesti per non distrarsi troppo. Per non correre il rischio di scivolare irrimediabilmente lontano, piuttosto che scoprire ciò che si sta cercando. Per non accorgersi troppo presto di essere qualcosa che non si è mai desiderato, per non ripetersi troppo spesso quanto ci si sente soli.
Arutokoro è un blog che sta fermo, solitario e testardo come un monolite. E io sono colei che incide, l'unica abitante di questa parte di collina sconosciuta al mondo intero, incide per i posteri che non arriveranno mai. O forse, per delle forme di vita alternative che lasciano cerchi nel grano.
Mi chiedo quante poche volte succeda, che una voce ti catturi con disquisizioni circa l'ammiraglio delle zanzare - nientepopodimeno! -, eppure succede, e allora mi dico.
Mi dico che evidentementenon mi aspettavo altro, che non ti aspettavi altro che qualcosa, una voce, un incantesimo, che ti prendesse e ti trasicinasse via.
[Non ricordo più]
Come quando vivevi con lo zaino a portata di mano pronta a ricominciare altrove, in attesa solo del fischio d'inizio. Perché non c'era nient'altro che volessi di più.
C'erano i pretesti, e c'era la motivazione vera.
La motivazione vera, quella che ti frega, quella che non puoi non guardare bene da vicino perché sono poche le volte in cui regge, ed è quella che, se viene meno, ti lascia in una piazza enorme senza bussola. La motivazione vera che è in grado di bruciarti tutto il percorso, tutto il davanti, tutto il dietro, nascondendoti ogni sorta di traguardo.
E suvvia: in tema di percorsi, la penna a sfera mi traccia pazientemente il percorso prossimo venturo fatto di bibliografie e autori. Patetiche passerelle accademiche, dei pretesti per non distrarsi troppo. Per non correre il rischio di scivolare irrimediabilmente lontano, piuttosto che scoprire ciò che si sta cercando. Per non accorgersi troppo presto di essere qualcosa che non si è mai desiderato, per non ripetersi troppo spesso quanto ci si sente soli.
Arutokoro è un blog che sta fermo, solitario e testardo come un monolite. E io sono colei che incide, l'unica abitante di questa parte di collina sconosciuta al mondo intero, incide per i posteri che non arriveranno mai. O forse, per delle forme di vita alternative che lasciano cerchi nel grano.
Wednesday, June 14, 2006
A me un medico. Che mi somministri una bella dose di diluente per sensi di colpa, dopo il rilascio sconsiderato di una ricevuta in libreria che ha fatto rizzare i capelli anche alla cassiera. Ma l'Elenie seriosa, specifica che si tratta di un acquisto necessario al bene del mondo intero (?). Si sarebbe vestita anche da Woman in Black per darsi credito. Se non facesse così caldo. Ma così l'Elenie ha la credibilità di Mastrota e delle sue pentole.
Il senso di colpa è la degna continuazione di un risveglio stancherrimo da una sogno così reale e cinematograficamente complesso che ha spompato le già poche e provate cellule neuronali. Immaginare Lara Croft ebrea versione infantile e inserirla in una improbabile Berlino italiana sotto una raccapricciante invasione nazista futuristica. Un casino colossale. Che Indipendence Day a confronto è la favola dei 3 porcellini. Il dramma è che l'Elenie non è affatto nuova a sogni simili. Qualcuno le consigli un buon analista.
E poi, perché no. Fotografie. A vederne, certe volte sembra che tutte le espressioni siano frutto di uno stesso canonico regolamento, per così dire, fotografico-impressionista, e invece. Invece, soffermarsi su una, con gli occhi vivi e "pieni", caldi, pelle contro pelle. Incredibilmente tangibile, incredibilmente viva.
[Delle volte, daresti un arto, perché. Perché siffatto vento tiepido di vita. Perché il tempo da recuperare con gli occhi. Perché, perché, perché.]
Mi viene voglia di riprendere in mano la mia macchina fotografica e scattare in tutti i sensi.
Il senso di colpa è la degna continuazione di un risveglio stancherrimo da una sogno così reale e cinematograficamente complesso che ha spompato le già poche e provate cellule neuronali. Immaginare Lara Croft ebrea versione infantile e inserirla in una improbabile Berlino italiana sotto una raccapricciante invasione nazista futuristica. Un casino colossale. Che Indipendence Day a confronto è la favola dei 3 porcellini. Il dramma è che l'Elenie non è affatto nuova a sogni simili. Qualcuno le consigli un buon analista.
E poi, perché no. Fotografie. A vederne, certe volte sembra che tutte le espressioni siano frutto di uno stesso canonico regolamento, per così dire, fotografico-impressionista, e invece. Invece, soffermarsi su una, con gli occhi vivi e "pieni", caldi, pelle contro pelle. Incredibilmente tangibile, incredibilmente viva.
[Delle volte, daresti un arto, perché. Perché siffatto vento tiepido di vita. Perché il tempo da recuperare con gli occhi. Perché, perché, perché.]
Mi viene voglia di riprendere in mano la mia macchina fotografica e scattare in tutti i sensi.
Sunday, June 11, 2006
Decidere di tornare a questa notte perché è in un certo modo rassicurante e non stanca gli occhi. Riaccendere la radio per seguire qualche confusa radiocronaca dei mondiali-col-contagocce, ed arrendersi quando saltano i nervi - e i kanji davanti agli occhi, ballando la salsa. Arrendersi con un Signor gelato al gusto di banana.
Post veloce di inizio settimana - perché ho sempre fretta di qualcosa, a quest'ora trattasi della luce della lampada sulle righe stampate di un libro. Pensieri sconnessi di una mente con le crepe che si chiede in cosa mai si può credere, in cosa mai, ché pure lo sport aggrega i denari invece delle masse e i poveri caproni che non sanno discernere il valore dal reale, non rimane altro che credere con un occhio aperto.
Paura che qualcosa dentro si riduca, col tempo, similmente a una di quelle prugne denocciolate della california che si comprano in scatola. Secche.
E' stancante dover lavorare di cervello sempre, ad esempio per capire di tanto in tanto e qui e lì che è il caso di togliere le tende, è uno sforzo a cui ci si abitua, che limita le fatiche altrui ma lascia sempre il cuore km indietro.
Vado.
Prima che mi scappi su il ricordo in technicolor sui vostri teleschermi.
Post veloce di inizio settimana - perché ho sempre fretta di qualcosa, a quest'ora trattasi della luce della lampada sulle righe stampate di un libro. Pensieri sconnessi di una mente con le crepe che si chiede in cosa mai si può credere, in cosa mai, ché pure lo sport aggrega i denari invece delle masse e i poveri caproni che non sanno discernere il valore dal reale, non rimane altro che credere con un occhio aperto.
Paura che qualcosa dentro si riduca, col tempo, similmente a una di quelle prugne denocciolate della california che si comprano in scatola. Secche.
E' stancante dover lavorare di cervello sempre, ad esempio per capire di tanto in tanto e qui e lì che è il caso di togliere le tende, è uno sforzo a cui ci si abitua, che limita le fatiche altrui ma lascia sempre il cuore km indietro.
Vado.
Prima che mi scappi su il ricordo in technicolor sui vostri teleschermi.
Tuesday, June 06, 2006
Mi hanno suggerito la cifra. quella delle ore di assenza. Come a scuola. E ho stentato a crederci, esattamente come a scuola. Spiegare, non lo so fare, non ho giustifiche. C'è una spaccatura tra le falde della memoria, e questa ha inghiottito tutti i miei oggi come un'aspirapolvere. Ma proprio tutti. E sopra, a reggerla, l'aspirapolvere, ci sono solo io e c'è una bolla misteriosa, a galleggiare nell'aria, da cui non riesco a staccare gli occhi. E non posso puntarle contro la mia arma.
Tutti i miei ieri stanno imprigionati a ballare per sempre come marionette, si sono divisi brandelli della mia faccia.
Mi hanno lasciato gli occhi indaffarati nell'altrove, soli come non mai.
Disgregazione.
Credo di avere una vaga idea di quello che mi aspetta tra i domani, e di sapere pure perché la paura del gene radicato è così profonda. Prima di tagliarmi le gambe che non mi porteranno mai abbastanza lontano da qui, e le braccia, e l'addome, mi sarei fatta volentieri piovere questo diluvio addosso. Prima di atrofizzarmi le papille gustative, almeno per un attimo sarebbe stato carino seminarmi sulla lingua il sapore di ciò che non faccio altro che vomitare.
Solo per un secondo, poi più niente.
Tutti i miei ieri stanno imprigionati a ballare per sempre come marionette, si sono divisi brandelli della mia faccia.
Mi hanno lasciato gli occhi indaffarati nell'altrove, soli come non mai.
Disgregazione.
Credo di avere una vaga idea di quello che mi aspetta tra i domani, e di sapere pure perché la paura del gene radicato è così profonda. Prima di tagliarmi le gambe che non mi porteranno mai abbastanza lontano da qui, e le braccia, e l'addome, mi sarei fatta volentieri piovere questo diluvio addosso. Prima di atrofizzarmi le papille gustative, almeno per un attimo sarebbe stato carino seminarmi sulla lingua il sapore di ciò che non faccio altro che vomitare.
Solo per un secondo, poi più niente.
Friday, June 02, 2006
Il giorno seguente è un 2 giugno che decima la città per mezzo della pioggia. In tv vedi le parate e pensi che sono state loro ad inghiottirsi le persone, e la pioggia risciacqua e laverà un weekend ancora bagnato che sta in silente e rispettosa attesa del suo momento, dei suoi avventurieri, soprattutto, si direbbe, di quei fuggiaschi anonimi di cui stavolta vorresti far parte anche tu: in extremis, con le suole di gomma. Anche a riaprire un vecchio libro di testo in cerca delle tracce della memoria si diventa un po' noiosi, non fosse che questo silenzio così degno ti colpisce quando per la casa rimane la penombra, e il potere di rigarci i pattini a rotelle e regalarti le annesse cadute tra i solchi delle mattonelle. E il lusso di lasciarci i piedi scalzi e il loro rumore sordo che nessuno sentirà mai.
Il giorno seguente, dico, è un giorno degno del silenzio della notte prima, rigorosamente insonne in compagnia dei rumori degli organi interni; e che si accompagna folgorante al momento giusto per ascoltare richiami di libri che fanno capolino dal negozio o dallo scaffale.
[Bisogna tener presente che a volte, nella vita, per un uomo ci sono 2 o 3 zone franche in ogni mondo esistente, rifugi in cui si coltivano rose dietro paraventi in giardini da proteggere da qualsiasi violazione. Certe volte li scopri in ritardo, ma quando li vedi li ricordi, i nomi riecheggiano con familiarità, l'armonia è perfetta, e non c'è più niente da dire, il talento sta nel conoscere le risposte ancor prima di essersi posti delle domande. Forse è quando ne perdi uno, di paradiso personale, che nasce uno di quei rimpianti impossibili.]
Così il silenzio si è tramutato in suspence, come se qualcuno si fosse smorzato il fiato, in attesa di vedere - di scoprire dov'è che i ghiacciai stanchi vanno a sciogliersi.
Da qualche parte vanno,
Elizaveta,
e io lo so.
~In fondo non importa che i tuoi salti siano molti,
e che molti con un soffio spegneranno la candela
e in fondo tu già sai che domani è un giorno lungo
[...]
Tu cammini accanto all'onda, so che andrai così lontano
e un bambino senza volto si innamorerà di te....~
Il giorno seguente, dico, è un giorno degno del silenzio della notte prima, rigorosamente insonne in compagnia dei rumori degli organi interni; e che si accompagna folgorante al momento giusto per ascoltare richiami di libri che fanno capolino dal negozio o dallo scaffale.
[Bisogna tener presente che a volte, nella vita, per un uomo ci sono 2 o 3 zone franche in ogni mondo esistente, rifugi in cui si coltivano rose dietro paraventi in giardini da proteggere da qualsiasi violazione. Certe volte li scopri in ritardo, ma quando li vedi li ricordi, i nomi riecheggiano con familiarità, l'armonia è perfetta, e non c'è più niente da dire, il talento sta nel conoscere le risposte ancor prima di essersi posti delle domande. Forse è quando ne perdi uno, di paradiso personale, che nasce uno di quei rimpianti impossibili.]
Così il silenzio si è tramutato in suspence, come se qualcuno si fosse smorzato il fiato, in attesa di vedere - di scoprire dov'è che i ghiacciai stanchi vanno a sciogliersi.
Da qualche parte vanno,
Elizaveta,
e io lo so.