Tuesday, January 10, 2012

ti addormenti che arriva natale per pura forza di volontà, perché di questo si tratta, come quando tieni gli occhi chiusi per paura che i desideri sfuggano dalla tua torta ornata di candeline, a 5 anni oppure a 30 è la forza di volontà ma più che altro è l'inerzia forzata sotto il cui giogo tu continui a recitare.
E la recita può andare avanti a lungo perché Capodanno è ancora una tregua, e tu te la devi bere come una vodka troppo forte. Più si va avanti più andare avanti prende il significato di un mostruoso meccanismo di redistribuzione delle età. E' come andare in giro avendo sulla testa, appena sopra l'attaccatura dei capelli, un ago di bilancia e i due piatti laterali che scendono sopra le orecchie, e ad ogni ora devi decidere cosa mettere da quale lato.
Io non ho cuore di incolpare questo o quello se il piatto della bilancia decisamente pende da un lato, ho accantonato così tante me contando le briciole da ogni piatto man mano che le riponevo nelle mie brave confezioni sottovuoto pur di redistribuire il peso che certe volte mi fa male la schiena, di un dolore da febbre che sono dieci giorni che non se ne va (continua a ricordarmi quelle ore interminabili che ho passato con la fronte bollente su di te).
Tu sei un tasto dolente, tu che quando ci sei ci sei da sempre e imprescindibilmente, e tu che parti e quando parti sono pochi giorni furibondi che mi pulsano contro le tempie. Ora che tutto riprende a funzionare ad algoritmi devo per forza ricordarmi in ogni momento quanti tentativi ho fatto con me prima di arrendermi e capire che nessun algoritmo mi andava bene, che era un malfunzionamento genetico. Che ho preso i geni da ambo le parti, mi dici. Va bene, ti rispondo. E allora devi tenerti pure i giorni furibondi e traboccanti un bel sole, i miei "non ci sto", tiriamo avanti tra uno sciopero e un rincaro sorvegliandoci i cerotti a vicenda.
Io nel frattempo provo a trattenere dei conati, mi lascio annusare, con i social network neanche chi sbatte il mignolo contro lo spigolo è più da solo in questo mondo di spigoli ladri, mi ricordo di quando conoscersi era un contagocce avaro e senza voglia di giocare e pareva chissà che conquista mentre così è una scommessa persa, un gioco di ruolo troppo ben nutrito cui sottoporsi sospirando senza tener conto che sono davvero troppo vecchia.

C'è un'età per invecchiare, a proposito? Non sono troppo strana io?

Tuesday, January 03, 2012

Questa, questa è lunga.
O forse solo difficile, questa.
E' la ballata delle feste riunite, è la ballata del futuro presente, dei modi di invecchiare - a ognuno il suo -  per perdere qualcosa sempre, qualcosa d'importante e a volte invisibile ma spesso no, dell'accento che a volte si prende e non va più via, e di quello che si cambia e si mescola all'acqua del proprio corpo e non puoi farci più nulla.
E' la ballata del si cresce e si crea tutto o nulla, la ballata delle scale da scendere, delle persone fuori luogo - dei gesti di mano, saluti e via, dei gesti--
La ballata dei gesti rifiutati, del mondo dei no, delle piccole cose rimaste nel piatto o ingurgitate per sbaglio, la ballata del si cresce e si va, dei vestiti nuovi e gli occhiali costosi, la ballata di chi comunica solo con la presenza e con lo sguardo e ti dice di non guardarlo, del gesso, degli angeli, del Giappone su una scatola, dei profumi sulla pelle.
Dei regali che aspettano con una pazienza che noi non conosceremo mai, del tempo per riprendere a comunicare e i fumetti e le mani, dei caffé alla stazione, e tutto che ricominci da qui.
La ballata del dolcetto o scherzetto fuori tempo massimo, dei Babbi Natale di colore che suonano gli auguri in strada, della pioggia all'improvviso, dei pupazzi di Natale gonfiabile e Indiana Jones in metro, delle vecchiette gentili e delle signore in dubbio su uno sbattitore elettrico o su un braccialetto calamitato, dell'anno che perde i denti, del pandoro nel latte.
Delle bimbe in arrivo, dell' imbuto del tempo in cui far passare un kg di gioia, del lasciarsi andare -- del lasciarsi cadere come un fiocco di neve.
Delle case nuove e le pareti dipinte, delle bamboline di buccia d'arancia.
Dell'abbracciami che io ci sono, dell'essere abbracciati e chiudere gli occhi e rinviare all'anno nuovo, del fattoriale, del me ne frego.
Del Capodanno improvvisato, degli anziani al concerto, della febbre alta e la gola che brucia e del guarire sotto le coccole. Degli ospedali, delle camere dolci e dei lividi sugli occhi, del tenersi le mani
e riabituarsi.
E riaversi.
Dei tempi immaturi delle persone incorporee (o tempi incorporei e viceversa?), dei giorni lenti dei luoghi non miei, delle proprie opinioni, del viverci al centro e sbatterci la testa, lasciarci del sangue, ridimensionare la traiettoria per starci in piedi più piccola.

Della propria casa, della propria valigia, del troppo tardi.

Del "torna al via".