Thursday, April 29, 2010

...E ci sono sere che il tuo cervello lotta perché tu gli scoperchi la scatola cranica e lo lasci uscire. Non potendolo fare allora tutto ciò che ti è permesso è stare impotente a sentire i propri inumidirsi. Io non so quanto sia giusto non volersene andare, e stare bene senza riuscire a comunicare con la giusta intensità la paura del vuoto, sull'orlo dei tuoi occhi il solo sbirciare dentro con la punta dello sguardo, scorgerci il mistero, è come un tocco in profondità in te stessa.

Monday, April 26, 2010

Sono dell'idea che ogni tanto la disgregazione in atomi sia salutare.
Di tanto in tanto ho bisogno di adagiarmi su un fianco, di sentirmi molecola, di parlare a ruota libera, e, poi, persino di scrivere. Giorni che le mie energie psicofisiche crollano di un colpo, e quel modo di riposarle l'ho sempre percepito come fisiologico: il riposo d'obbligo dopo il lavoro, la mente sempre e comunque attiva, in un rimuginio irrefrenabile, da controbilanciare in qualche maniera, per creare uno yin-yang che possa stare in qualche modo in equilibrio.
Ho la sensazione di non fermarmi mai davvero.
Ho la voglia di raggomitolarmi in un nido domestico, ma non esiste più un nido dove sentirmi propriamente a casa. Le mie radici sono monconi sanguinolenti, prive di requie, solleticate dall'idea lontana e totalmente "in regola" di formare io stessa il mio nido, momentaneamente da sola e, come da copione, successivamente in due. Non è una tappa obbligata ma, una volta salpati, certe volte è la corrente a decretarlo.
Passare così tanto tempo senza sapere davvero ciò che si vuole crea una malsana abitudine, costituisce un'intelaiatura fatta di presupposti negativi, di precedenti appiccicosi e invadenti, stimati come solidi e duraturi ma in realtà non si sa quanto. Devo fare l'abitudine a quel tratto tranciato. Lo cercavo e l'ho cercato per anni.

Monday, April 19, 2010

Mhmmm.. sì.. quante volte ho avuto intenzione di scrivere...
Ma la voglia vera solo una volta, di notte, giù a casa, con l'Ospite al piano di sopra e niente sonno dopo una bella giornata. Anarchica ma non di puglia, così mi sentivo, con le parole stampate, e le paure, e le ansie, e i nodi da voler stringere, e le foto, alla fine sono salita e ho lasciato tutto rifluire ricreando la tensione tra i due poli, noi.
Non c'è un motivo cattivo per cui non lo faccia, la primavera ha ormai un'andatura convinta, una silhouette a prova di costume, e ogni tanto ancora sfrega la sua superficie setosa sulla mia pelle, sul mio cuore, in una carezza che sa di affetto. Lei. Sicuramente si è abituata a fare a meno delle mie parole, ché una volta buttate all'aria, gridate e litigate persino, non ne rimane nulla di diverso da un soffio d'aria sbagliato, fuori posto (di solito, alla vigilia di ogni partenza). Di certo c'è che un anno insieme è passato, sempre lontana centinaia di km dal mio posto natio, ma più cresciuta e consapevole delle mie molte me, che stanno tutte vicine a tenersi per mano e a fare gli occhi truci al mondo; dicono che questo è il fiume più lungo d'Italia, dicono che è un "luogo virtuoso", "un ateneo virtuoso", dicono qualunque cosa, e le mie orecchie, che talvolta hanno bruciato e bruciano di rivolta, da un po' di tempo reagiscono poco e nulla.
Portarsi rancore è come tirare fuori i fatti del Risorgimento e cantare Ninco Nanco di quella nostalgica rabbia tutta meridionale, antiquata eppure così attuale, più attuale dell'Isola dei Famosi.
Mi hanno detto che sono troppo arrabbiata, sicuramente più che conquistare il mondo io potrei spaccarlo in due parti: senza rendere mio nulla e arrivare da nessuna parte, solo così.
D'altra parte poi mi trascino su un divano con una voglia di dormire a lungo, a lunghissimo.
Provo a credere nel significato di molti di questi cambiamenti, che stanno tutti ritti come una manciata di fiammiferi colorati, l'uno contro l'altro. Tra pollice e indice li stringo tutti a cerchio e pregusto il focherello che faranno tutti assieme (tra essi i miei 2 anni di studio residui, solo 2 cavolo... devono pur passare!). Da piccola fiammiferaia mi lascio sedurre da quegli impalpabili miraggi ancor prima che si manifesti l'alone chiaro della fiammella, e talvolta invece pregusto reggendoli tra le mani nient'altro che il mio incendio personale al Padiglione, ché un'azione così mi resterebbe, altro che questo quotidiano soffocante tran tran di insegnanti esauriti in cui ho deciso, mio malgrado, di rituffarmi.
Spero di uscirne viva, lo spero mentre gorgheggio tra le tue braccia la mia natura di formica e quella di cicala, in perenne contraddizione. Faccio tutto senza saper fare nulla. Insoluta, mi addormento così e mi sveglio ultimamente confusa, chiedendomi quasi tutte le mattine dove sono e, soprattutto, perché sono. In linea di massima, a guardare dall'esterno è come essere decollati. Senza il brevetto di volo, ovviamente, ma ripromettendosi di prenderlo in itinere: come dire, imparare a cucinare andando semplicemente a vivere da sola, e così via.

C'è del folle, ci sarebbe del folle nell'imparare a pilotare un aereo così, lo so, ma questa follia è in realtà solo la straordinaria normalità di un'ancora-studentessa in una società che ti costringe a restare bambina e ti spegne ogni velleità. Nella mia cabina di pilotaggio trovo tutti quei misteriosi comandi che sembrano finti, come tutte quelle volte che mi sento e mi sono sentita come se certe cose fossero invisibili a tutti tranne che a me. Per così dire, finte, ma, per me, le uniche cose vere.
Quello di spegnere e stingere qualsiasi sogno/velleità è un processo che in me è sempre piuttosto avanzato, è vero, ma vorrei ancora svegliarmi nel cuore della notte, ignorare le estranee che dividono questo grande appartamento con me, e ricominciare a ballare sulle parole.
Ancora una volta, a guardare dall'esterno, sembra tutto distante solo un piccolo passo - e ho passato mesi a sentirmi rinfacciare questa cosa -, come se non rimanesse altro che rifugiarsi nella sicurezza di lavoro e figli (matrimonio? convivenza?). Io invece mi alzo la mattina chiedendomi se questi - chiamiamoli così - "valori", chiusi in bolle iridescenti di sapone, esistano realmente e, soprattutto, mi sia concesso, prima o poi, di toccarli. Mi pare, ancora una volta, una follia, - eppure accattivante, con te - quasi come se il tocco gentile della primavera un po' mi avesse rischiarato coi suoi raggi le cicatrici delle bruciature invisibili, per tutto quel tempo che la pelle friggeva da sola e mi teneva lontana e stanca - tutto quel tempo che non smaltirò forse mai del tutto.