Mi scusino ma ho singhiozzi sotto la lingua e mi affaccio al balcone perché d'un tratto l'aria si è rarefatta nella stanza e non corrisponde nemmeno più a un quarto del fabbisogno dei polmoni. Che lo dico, io, che le emozioni in verità sono traslate nel tempo e nello spazio, un'altra vagonata di questo genere, di quelle che ti vai a cogliere su un altro pianeta per poterle fare tue, ché crescono solo su un altro pianeta, ecco.
E mai qui e mai adesso.
Che mi sembrano carnevali infantili con le smorfie sulle maschere per gran parte del tempo, del giorno e della notte, le forme così poco allettanti del marketing di gomma in quelle svendite sugli scatoli di cartone di periferia con il prezzo tracciato a pennarello e senza scontrino, in dosi al limite del legale. Così poco allettanti ormai.
E invece che piuttosto, lo sai che quella sola singola vibrazione in fondo alla scatola-
Che strano che "beata te", quando in fondo ci si guarda bene dall'abbracciarmi, che strano che devo ispirare qualcosa di maligno perfino - forse sono gli occhi - e non l'avevo mai considerato, che strano che piangendo rido e non è neppure per nasconderlo, un momento sì e un momento no, e domani è la festa della mamma.
Il non parlare è una scelta, le immagini sono una scelta.
Forse che un posto come un blog non fa più per me.
Saturday, May 12, 2007
Sunday, May 06, 2007
~No one knows, she comes and goes...~
Primo post di maggio.
Torno col resoconto di un sogno. Eravamo in tanti, eravamo in una folla, una specie di mercato, c'erano pericoli da circo e strani uomini rapitori di bambini; mi metto a cercare una bambina di colore che era con me, scappo su e giù, e quando la trovo mi cade l'occhio sul mio braccio e scopro che ho la pelle scura anch'io.
Poi con tutta tranquillità leggo una email che fra righe di chiacchiere e parole misurate, mi da orario e luogo di un'apparizione. L'orario, quello, le 8,30 del mattino, il luogo, un posto sperduto fuori città. La cosa più normale di questo mondo.
Tutto questo stare muta qui ha avuto il senso che può avere quando si presenzia a un funerale, quel solenne e discreto bisogno di rispetto un po' rassegnato, quella paura dell'eco tra le navate di una chiesa, del volo incurante di un insetto che taglia l'aria come potrebbe tagliare arti umani.
Quella staticità egoista.
Quella lì.
Che poi è vero che gli arti che non usi si atrofizzano, che smetti di sentirli come parte di te, che la circolazione sanguigna si devia e pensare al "dopo" è un virtuosismo, un tempo talmente indeterminato che non è un torto dubitare che esista. Che poi si capovolgono tutte le idee, e le cose più improbabili prendono il posto di quelle più tangibili e viceversa, così le cavolate sono imprese e non è certo questo grande affare.
Tutto questo mondo a separarci, faccio scorrere via tutte queste espressioni diverse come se avessi tutto il tempo di raccattarle sulla strada, le serate qualsiasi e quelle con la moquette nuova, le mattine di succo d'arancia e quelle per sbatterci la porta d'ingresso, i passi misurati e quelli scivolosi, ve li potrei contare e raccontare nelle gemoetrie particolareggiate e rimarrei nella pur vaga idea, da cui non si esce se non con capogiri e zampilli disseminati qua e là nell'anima, ma che importa in fondo se continuano a tenerti per le caviglie e per i polsi, le fai scorrere come se non importasse se si rimane senza nome. Senza musica, senza voce, senza aria.
Torno col resoconto di un sogno. Eravamo in tanti, eravamo in una folla, una specie di mercato, c'erano pericoli da circo e strani uomini rapitori di bambini; mi metto a cercare una bambina di colore che era con me, scappo su e giù, e quando la trovo mi cade l'occhio sul mio braccio e scopro che ho la pelle scura anch'io.
Poi con tutta tranquillità leggo una email che fra righe di chiacchiere e parole misurate, mi da orario e luogo di un'apparizione. L'orario, quello, le 8,30 del mattino, il luogo, un posto sperduto fuori città. La cosa più normale di questo mondo.
Tutto questo stare muta qui ha avuto il senso che può avere quando si presenzia a un funerale, quel solenne e discreto bisogno di rispetto un po' rassegnato, quella paura dell'eco tra le navate di una chiesa, del volo incurante di un insetto che taglia l'aria come potrebbe tagliare arti umani.
Quella staticità egoista.
Quella lì.
~Goodbye, Ruby Tuesday
Who could hang a name on you?
When you change with every new day
Still I'm gonna miss you... ~
Che poi è vero che gli arti che non usi si atrofizzano, che smetti di sentirli come parte di te, che la circolazione sanguigna si devia e pensare al "dopo" è un virtuosismo, un tempo talmente indeterminato che non è un torto dubitare che esista. Che poi si capovolgono tutte le idee, e le cose più improbabili prendono il posto di quelle più tangibili e viceversa, così le cavolate sono imprese e non è certo questo grande affare.
Tutto questo mondo a separarci, faccio scorrere via tutte queste espressioni diverse come se avessi tutto il tempo di raccattarle sulla strada, le serate qualsiasi e quelle con la moquette nuova, le mattine di succo d'arancia e quelle per sbatterci la porta d'ingresso, i passi misurati e quelli scivolosi, ve li potrei contare e raccontare nelle gemoetrie particolareggiate e rimarrei nella pur vaga idea, da cui non si esce se non con capogiri e zampilli disseminati qua e là nell'anima, ma che importa in fondo se continuano a tenerti per le caviglie e per i polsi, le fai scorrere come se non importasse se si rimane senza nome. Senza musica, senza voce, senza aria.
~Don't question why she needs to be so free
She'll tell you it's the only way to be
She just can't be chained
To a life where nothing's gained
And nothing's lost
At such a cost ...~