Saturday, November 20, 2010

Le mille orchestre che di solito mi lavorano i fianchi sono connaturate al mio dna, allo stesso modo che il silenzio assoluto nel quale mi rifugio, quando alla fine mi sento stanca, le orecchie che bruciano e tutto il resto del corpo che si rifiuta di stare a contatto con altra materia di diversa origine.
C'entra il telefono di casa, che tengo perennemente staccato in questi pochi metri quadri di stanza, probabilmente.
Stamattina mi sono svegliata piano piano dopo forse la prima notte gustosa dei miei sonni solitari, di quel genere di dormita sobria ma che non sapevo più di avere in serbo, il letto era il punto migliore del mondo e tutto passava filtrato dentro di me, spezzoni di sogni senza significato buttati lì come segatura sul bagnato. Doveva essere un bel presupposto ma poi mi ha assalito la tragica consapevolezza di un altro giorno, e poi quella di un altro giorno *così* e certamente non migliore di questo.
Mi piacerebbe che mi dicessero che non è tutto marcio, che non tutto diventa marcio e non è il mio destino anche, che c'è un modo per salvarsi, orecchie e bocche funzionanti a un livello accettabile, un volume audio che è contemplato dalla natura magari. Ma la verità è che qualunque cosa, se e quando inizio a volerla o anche se non lo faccio davvero, prima o poi mi marcisce già solo nel mondo delle mie idee - se ne ho - e perde qualsiasi avvenenza. La stazione ferroviaria. L'aeroporto. Le valigie della mia immaginazione sono pesanti e intrasportabili e io perdo tutto.
Ci penso mille volte prima di accomiatarmi da qualsiasi sogno o pensiero. Ma tutto considerato, nemmeno io probabilmente mi salverò.

Wednesday, October 27, 2010

Adesso i giorni sono diventati lunghissimi e ampi come una cattedrale profonda e dimenticata in cui la tua voce si perde. Io sono la mia cattedrale, troppo ampia, uno spesso strato di aria viziata e, in fondo, la voce e i movimenti di una formica che riesce a malapena a stimolare un solletico per sé.
E sì che ci sarebbe bisogno di parole pesanti e ingombranti e vere, di altari troppo grossi in una chiesa di periferia ma che sono "da cattedrale", appunto, per non parlare dei reliquiari. Non sono religiosa ma la sacralità di certi silenzi non riesco a negarmela e a negarla, fino a sviluppare preoccupazioni innaturali negli altri. Ma io, quegli spazi vuoti, non riesco a riempirli da me; quando sento che il mio silenzio non funziona più - o perlomeno non nel modo in cui dovrebbe, nemmeno tra le tue braccia - la mia voce è stonata e troppo isterica e funziona anche peggio. Ho bisogno di altro, ho bisogno di toccare il soffitto con la mia mano.