Monday, January 21, 2013

Mi avessero raccolta quando avevo scorte inesauribili di energie in serbo, avrebbero potuto darmi tante ragioni per farne un uso ecosostenibile e darmi istruzioni per un perfetto rilascio graduale. E così sarebbe stato per molti che mi erano accanto che così avremmo potuto limitare in questi tempi di crisi la necessità insostenibile di difendersi e offendersi, accusarsi senza scusarsi e piangere di rabbia senza che nessuno sia più in grado di dire una cosa nuova.
Ogni stagione della vita è il perfetto campo di battaglia per le recriminazioni e i rimpianti di quella precedente, è un articolo della costituzione, lo strascico di un velo da sposa, tutte le crinoline sparse nelle nuove case che andiamo ad abitare utilizzate come stracci per i pavimenti, i libri di fiabe sono ebook dispersi nella memoria hardware e poi, soprattutto, il web 2.0 ci ha usurpati del diritto di emozionarci davanti agli aformismi di Oscar Wilde e Jim Morrison, così come la nostra emigrazione verso posti di mille insegne al neon aperte fino a tardi e col 70% di sconto. Di cui, bisogna dirlo, approfitti anche tu, va bene, come puoi approfittarne oggi in questa fase di mezza saggezza e un quarto di crescita già abbondantemente superato, che puoi pesare nella bilancia del supermercato, e ti da diritto di dubitare che il supermercato domani ci sarà ancora. Perché in questa fase qua, oltre a bestemmiare per quella precedente, per tutti i questionari che ne hanno meritato ed ereditato le insufficenze, è sancito e anzi garantito il diritto inalienabile di raggranellare pure quelle per i giorni a venire.

Tutto questo perché non conto più le volte che ho provato a dirmi "vada come vada", "è andata come è andata", "andrà come andrà" e credo di poter dire che la coniugazione di tutti i tempi verbali sia potenzialmente ed effettivamente un noiosissimo e inutile ripasso.

Saturday, October 27, 2012

Non sono affatto arrivata alla fine del mondo - al confine.

Quando ero piccina picciò che ancora non sapevo leggere né scrivere fantasticavo che oltre la fine della città, andando dritto per quella strada o per quell'altra a un certo punto sarebbe finita, un precipizio si sarebbe spalancato davanti ai miei piedi - se mai ci si poteva arrivare - e a quel punto oltre non si poteva andare, c'era da rimanere lì imbambolati senza sapere bene cosa fare se non fissare il volo delle rondini. Non è che pensassi che il mondo intorno non esistesse, o che la terra fosse piatta, è che quello era il mio mondo, sempre pensato sotto forma di città, e poi di casa più piccola con me all'interno. Al di là del precipizio non potevo andarci da sola, mi faceva paura, mi faceva paura la strana concretezza di quei sogni dove precipiti e ti svegli di scatto e io soffrivo anche di vertigini più che adesso. Non sono mai stata neanche troppo credulona da immaginare che avrei potuto camminare per km senza cadere per il semplice fatto di non guardare in basso: è una cosa che neanche nei miei sogni è mai avvenuta. Forse, nei periodi migliori, ho sognato di volare, ma non me ne ricordo. I sogni che adesso mi inseguono hanno delle trame da thriller o noir qualche volta un po' retrò, con degli spunti alla Dario Argento e varie venature di stampo americano; sono delle trappole psicologiche che certe volte al mattino da sveglia è come se fossi appena uscita dalla sala cinematografica, altre volte mi lasciano ovviamente la lingua amara e gli occhi torbidi come il mare fuori stagione.
E io adesso non sono affatto arrivata alla fine del mio mondo, ma alla fine delle città sì.
Certi rapporti si esauriscono quando percepisci quella chiara sensazione che il canale comunicativo si stia prosciugando, e qualunque cosa tu faccia o dica non solo non riceve più riscontro, ma alimenta l'appiattimento generale della situazione; tanto varrebbe tagliare, secondo la mia idea che sto cercando comunque di correggere, ma la verità è che il più delle volte rimani immobile e quasi in apnea. Con le città succede una cosa molto simile. Quando le persone ti si sono consumate, o le strade sono finite in numero e incontri una tale quantità di vicoli ciechi, senza troppe sorprese - e con tutte le volte che ho rimescolato dovrei anche averne avuta qualcuna in più -, la scelta del vestiario, del'espressione del viso, dei capelli e del trucco diventa del tutto sterile, insapore, di fronte alla chiara sensazione che qualunque cosa succeda un po' la prevedevi e un po' sai già come interpretarla; ti si insudicia inutilmente la camicia elegante, ti si stropiccia lo stomaco e qualche volta se non fai attenzione ti si abbassa pericolosamente la soglia della nausea.

Devo fare attenzione a non mangiare tanto, a non sollevare pesi, a non fare sforzi, ad inginocchiarmi più che abbassarmi. Oltre alla sensazione generale inculcatami di autodisfacimento e imperfezione, di continua manchevolezza, quella generale estraneità, c'è che la capienza dei miei polmoni va diminuendo. Che non ho più nessuna intenzione di dare colpe e risposte, quindi non chiedetemi niente perché quel minimo che aspetto e mi aspetterò, mi sentirò poi in dovere anche di criticarlo.