Dal post appena precedente c'è una considerazione che mi è nata diretta, oggi, rileggendolo senza neanche troppa attenzione.
Nel constatare e innumerevoli pelli che ci si lascia dietro non c'è più dolore fisico reale, quello della scarnificazione, no, però la sensazione di perdita da sgocciolamento rimane sempre e penso sia il minimo sindacabile, ci si cambia d'abito perché quello vecchio o era sporco o era logoro, di certo non per fare figure peggiori, ma se c'erano cm e cm di stoffa ancora sani, forseforse, si pensa, qualcosa si poteva recuperare. Gli sprechi mi fanno sempre un po' soffrire. Sono inevitabili, giusto?
Mi fa male la mia città. Mi fanno male quelle che tecnicamente diventano le proprie "origini" quando si è altrove. Perché fa male volere bene a chi non se ne vuole e finge di ignorarlo per la maggior parte del tempo. E allora il mio andarmene non è fuggire, è la solita banale ricerca che tutti prima o poi si mettono a fare facendo i conti con il proprio tempo.
Voglio fare un patto con me stessa, e cioè che volersi bene non significherà mai diventare inconsapevolmente intolleranti, inutilmente faziosi, stupidamente ciechi. Che non significhi mai "volersene troppo", che non significhi diventare tristi, di quel triste volgare che fa venire un senso di repulsione. Più che un patto è un appello a me, alla parte camaleontica di me, di carta assorbente.
Voglio che i miei occhi siano gli stessi, che il mio cervello rimanga quella materia ultrasensibile alle folate di vento e di vita. Ai cambiamenti di luce e di temperatura, alle pelli altrui, ai graffi e ai sorrisi, agli schiaffi e agli abbracci.
Friday, October 30, 2009
Thursday, October 29, 2009
~...e dimmi perchéPerché oramai non pensavo mi sarebbe più andata, scrivere qui, tornare qui, non c'era un motivo che fosse uno, obiettivamente, con tutto quello che è cambiato, e le tracce cancellate se guardo indietro, c'erano direttive eventualmente da ristabilire, nel caso si potesse (e di fatto so che si può e si rifarà per forza ma non adesso, adesso mancano ancora i presupposti). Di fatto l'identità di elenie è andata sfumando, come un dito passato sul pastello carico steso da un bambino che cerca di colorare il suo disegno, e sfumando con l'acqua via via è diventato sempre più complicato distinguere toni, lucentezze, saturazione.
in questo girotondo di anime non c'è
un posto per scrollarsi via di dosso
quello che ci è stato detto, e
quello che oramai si sa...~
Ma l'uomo è fatto di certezze e per quanto poche, queste ultime hanno pur sempre bisogno di un binario, e sia che il capotreno si decida ad affrontare una tratta imprevista sia che no, ci sarà pure un binario da qualche parte. La nebbia, la foschia, il clima diverso a cui abituare l'epidermide, poi i libri da studiare, si ricomincia, e poi una casetta nuova, tutto da ricostruire da capo.
E io sembro costantemente una bambina, anche se sono ben consapevole che i miei occhi di ventiquattrenne saranno sempre lì, io li accarezzo, li tengo buoni in un modo che è nuovo, adatto e funziona, nella speranza di poterli ammaestrare a non cadere in quel tedio senza nome e impalpabile contro cui dirigevo i miei pugni, so che è pericoloso perché lo sento, in un punto imprecisato del cervello lo sento tragicamente--
--e ci sarebbe tanto da dire e qualcosa da raccontare, in merito--
comunque questo post sarebbe dovuto nascere da un po' di settimane, ma ha tardato, ristagnando nella sua idea imprecisata, e poi è nato quando ho scovato un punto di vista che non conoscevo, e il pezzo di canzone è un incipit puramente casuale perché non ascolto quella canzone da un secolo e mezzo, tuttavia, per le cose che verranno avrò probabilmente voglia e bisogno di qualcosa, di ridiscutere, riprogettare, rivedere, e di qualcosa come questo blog.
Perciò, vedremo....