Ci disarma, infatti, l'inclinazione a pensare che la nostra vita sia, innanzitutto, un frammento conclusivo della vita dei nostri genitori, solo affidato alla nostra cura. Come se ci avessero incaricato, in un momento di stanchezza, di tenere un attimo quell'epilogo per loro prezioso - ci si aspettava da noi che lo restituissimo, prima o poi, intatto. L'avrebbero poi ricollocato a posto, formando la rotondità di una vita compiuta, la loro. Ma ai nostri padri stanchi, che si erano fidati di noi, noi restituiamo il taglio di cocci affilati, oggetti scappati di mano. Nel sordo strisciare di un simile fallimento, non troviamo il tempo di riflettere, né la luce di una ribellione. Solo l'immobilità sorda della colpa. Così tornerà nostra, la nostra vita, quando ormai sarà troppo tardi.
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Decisi allora di ricominciare. [...] Avevo in mente il passo del contadino che ritorna ai campi, dopo la tempesta. Si trattava solo di trovare il punto dove avevo interrotto la semina, ai primi chicchi di grandine. Ragionavo così perché nei momenti di confusione ricorriamo d'abitudine a un immaginario contadino - e questo benché nessuno, nelle nostre famiglie, abbia mai lavorato la terra, a memoria d'uomo. Veniamo da artigiani e mercanti, preti e funzionari, eppure abbiamo ereditato la sapienza dei campi, facendola nostra. Così crediamo nel rito fondativo della semina, e viviamo confidenti nella ciclicità del tutto, ben riassunta dal passare rotondo delle stagioni. Dall'aratro abbiamo imparato il senso ultimo di qualsiasi violenza, e dai contadini il trucco della pazienza. Ciecamente, crediamo nell'equazione tra fatica e raccolto. E' una sorta di vocabolario simbolico - ci è dato in modo misterioso. così pensai di ricominciare, perché non conosciamo altro istinto, di fronte ai fortunali della sorte - il passo cocciuto e stolto del contadino.
