Sunday, March 07, 2010

-25 years old-

Ci disarma, infatti, l'inclinazione a pensare che la nostra vita sia, innanzitutto, un frammento conclusivo della vita dei nostri genitori, solo affidato alla nostra cura. Come se ci avessero incaricato, in un momento di stanchezza, di tenere un attimo quell'epilogo per loro prezioso - ci si aspettava da noi che lo restituissimo, prima o poi, intatto. L'avrebbero poi ricollocato a posto, formando la rotondità di una vita compiuta, la loro. Ma ai nostri padri stanchi, che si erano fidati di noi, noi restituiamo il taglio di cocci affilati, oggetti scappati di mano. Nel sordo strisciare di un simile fallimento, non troviamo il tempo di riflettere, né la luce di una ribellione. Solo l'immobilità sorda della colpa. Così tornerà nostra, la nostra vita, quando ormai sarà troppo tardi.

-*-*-

Decisi allora di ricominciare. [...]
Avevo in mente il passo del contadino che ritorna ai campi, dopo la tempesta. Si trattava solo di trovare il punto dove avevo interrotto la semina, ai primi chicchi di grandine. Ragionavo così perché nei momenti di confusione ricorriamo d'abitudine a un immaginario contadino - e questo benché nessuno, nelle nostre famiglie, abbia mai lavorato la terra, a memoria d'uomo. Veniamo da artigiani e mercanti, preti e funzionari, eppure abbiamo ereditato la sapienza dei campi, facendola nostra. Così crediamo nel rito fondativo della semina, e viviamo confidenti nella ciclicità del tutto, ben riassunta dal passare rotondo delle stagioni. Dall'aratro abbiamo imparato il senso ultimo di qualsiasi violenza, e dai contadini il trucco della pazienza. Ciecamente, crediamo nell'equazione tra fatica e raccolto. E' una sorta di vocabolario simbolico - ci è dato in modo misterioso. così pensai di ricominciare, perché non conosciamo altro istinto, di fronte ai fortunali della sorte - il passo cocciuto e stolto del contadino.


(A.B.)



Ci sono. Sì. Ogni tanto scrivo, poi rimane tutto lì a guardarmi - devo vaccinarmi a quegli occhi, mantenere lo sguardo, non farmi prendere dalla corrente che trascina via.
Solo questo.


Friday, February 12, 2010

Faccio fatica a vedere cose che siano mie.
Che abbiano il mio sapore.
Io ho il sapore del cibo che mangio. E sto chiusa in una valigia. A un'ora di aereo da casa mia, certo, ma i miei tentativi di venirne fuori sembrano costantemente degli spruzzi di schiuma di un'onda.
Non si fa in tempo a pulire casa che va già ripulita.
Scrocco praticamente sempre la connessione, immagino di non doverlo più fare, ma un portatile prestato, nel momento in cui lo utilizzo, mi basta. Dopo un po' non desidero più altro, mi sono sempre chiesta se fosse un peccato non desiderare molto di più, probabilmente la vena dei sogni si atrofizza, si chiude. Forse ho scoperto che è più furbo così.

Quante volte sto lì ferma, l'immobilità è mia amica, ho gli ingranaggi del cervello che sembrano immersi in chissà quale elucubrazione, neanche la musica riesce a entrarci, a orbitare troppo vicino, non memorizzo più mondi esterni a me - non molti, per la precisione.

Il fatto è che se guardo alle mie notti di sonno c'è solo da riposarsi all'ora della sveglia, e tra mari puntellati di alberi, cadute sconosciute giù per un muro, spiagge dove gente superiore ti fa ringiovanire o ti prende l'anima, e una scuola dove tutti dormono e studiano ignari mentre i direttori vogliono farla crollare nella notte di nascosto, e io che cerco una via di fuga da una finestra da appiccicare come un adesivo alla parete, paradossalmente le cose vere (quelle belle) mi diventano solo sogni...