Passano i giorni sotto la scrivania, sfiorando il manto di polvere, e si accumulano strisciando sotto il mio letto spoglio. L'autunno resta appiccicaticcio sulla pelle ma conserva quell'energia residua, di cui, quest'anno mi dicono che io conservi un quantitativo ancora superiore all'anno scorso sebbene le circostanza fossero completamente differenti. Ho rinunciato a capirne la causa, forse perché mi farebbe più male che bene mettermi lì a pensarci sopra, ci sono delle mattine, prendi questa per esempio, che andrebbero trascorse in una non-esistenza dormiente.
Svecchiando l'elenie che in questo era tanto brava, quando ancora se la vedeva con se stessa e nessun altro, mi viene voglia di strapparla in sottili striscioline irriconoscibili e - non potrei neanche buttarla nel wc, che è fuori uso - sbarazzarmene. E' già maledettamente difficile senza GiEffe, senza Uomini e Donne e tutto quell'inutile trambusto da rush hour di cazzate, non è che aiuti essere circondati. E' difficile avere a che fare con se stessi e la comunicazione tra gli esseri umani non è ancora implementata, anzi, regredisce ai tempi della clava, e ci regala nuove quarantene infettive - quelle del XXI secolo - che colpiscono come con una mazza da baseball. Ho il diritto di dire che siccome di questo posto non resta più niente posso ricominciare da dove mi pare.
E avevo pure giurato a me stessa che nulla sarebbe stato più così
Tuesday, October 19, 2010
Thursday, October 07, 2010
Sono stata matta, un giorno di tanto tempo fa.
Devo esserlo stato anche per un periodo, a più riprese, eppure una volta mi è venuta una leggera febbre, ma prima di scoprirla sono svenuta, e tutto sembra essere andato storto da allora. Quel banalissimo momento in una vita non ha alcun senso: fossi stata ore sotto la pioggia me la sarei cavata con una bronchite, fossi stata giorni a piangere sarei rimasta immersa nel mellifluo liquido raccolto in un recipiente dimenticato. Ma poi avrei ripreso il mio corpo con me, tutto intero. Invece quello rimane sempre indietro, sempre insofferente del contatto con se stesso ed è pronto a lasciarmi sfinita, le mani formicolanti, i piedi che spariscono, le spalle che bruciano come graffiate. Non ha senso, lo capisco perfettamente.
Quello stato d'animo - e il suo contesto - lo ricordo perfettamente, e imparo a conoscerlo palmo a palmo, sempre meglio tutte le volte che cerco di dimenticare me.
Sono passati anni, e l'averli rivangati, uno per uno, virgola per virgola, è stata una delle mie grammatiche di quest'estate.
Quest'estate deve avermi cambiato qualcosa, o forse è stata più bella di quanto mi sarei sognata e per questo ancora agogno e ne sorrido. Gli strascichi su settembre mi hanno portato sotto i portici e fin tra le pagine dei libri a desiderare di leggere di qualunque argomento (di risultati se ne vedono ancora oggi sul mio comò-dino). Mi sono chiesta come sia il Lesotho. Dove si trovi esattamente. Gianni Rodari lo sapeva? Alla me stessa bambina nessuno l'avrebbe chiesto.
Poi ho preso un treno coi miei odiosi bagagli. Costa un occhio spostarsi, non si è liberi di portarsi mezza casa dietro, e le bestemmie sono più che giustificate. Quel che conta è che io il treno l'ho preso: da donna senza figure, come un libro troppo vuoto, desiderosa, persino.
QUESTO ritorno stavolta è stato netto, la mia mente pulita, il risultato di un'estate passata a ramazzarne via la sporcizia di un anno - quasi - intero. Per qualche motivo, di nuovo, mi aspettavo qualcosa di rassicurante. Beh. Ti danno un'idea di famiglia che forse non è così "netta", ci dev'essere una clausola in piccolo anche lì per giustificare il fatto che, quando sei troppo grande, potrebbero ripassare a portarsela via. Certe bocche si soffermano, solo per il tempo che basta, su questioni basilari, sfiorano l'argomento cibo, e poi le orecchie smettono di ascoltare. Si invecchia di colpo, tristemente e nemmeno troppo in silenzio.
Smetto di ascoltare anch'io: mi convinco di essere stanca, che non mi riguardi. Ho paura di invecchiare a mia volta (Questa cosa della paura d'invecchiare non è del tutto nuova...). Qualche volta, prima di andare a letto, c'è uno scalpiccio, dei piccoli tintinnii insistenti, e alcune di quelle volte sale una sottile paura. Dopo qualche giorno ho scoperto che c'era un'agenda, in cucina, mesi fa, che aveva una funzione nell'illogica di questi ultimi tempi: adesso non c'è più. Faceva parte, come il frigorifero e il tavolo, del mobilio, anche se a me risuonava come una lingua di menelik in un cimitero (ma si impara ad accettare di tutto, no?). Conta che adesso non c'è più.
Che un giorno sì e un giorno no il senso di colpa viene dall'esterno, condiviso, ed ha a che fare quasi solo con il fatto di esistere. Come quando da bambina fai qualcosa di male e a tua madre monta una rabbia pesante che sembra congelare casa. La sensazione che, anche solo respirando, dei ghiaccioli ti entrino nelle narici.
Si smette di respirare.
Tutti insieme.
La porta della mia stanza quando ci sono dentro è rigorosamente chiusa. Adesso è diventata una zattera di passaggio con così poco posto che l'ansia di mettersi in salvo fa soffocare. Di notte, soprattutto. Dentro, io, leggo ancora.
Devo esserlo stato anche per un periodo, a più riprese, eppure una volta mi è venuta una leggera febbre, ma prima di scoprirla sono svenuta, e tutto sembra essere andato storto da allora. Quel banalissimo momento in una vita non ha alcun senso: fossi stata ore sotto la pioggia me la sarei cavata con una bronchite, fossi stata giorni a piangere sarei rimasta immersa nel mellifluo liquido raccolto in un recipiente dimenticato. Ma poi avrei ripreso il mio corpo con me, tutto intero. Invece quello rimane sempre indietro, sempre insofferente del contatto con se stesso ed è pronto a lasciarmi sfinita, le mani formicolanti, i piedi che spariscono, le spalle che bruciano come graffiate. Non ha senso, lo capisco perfettamente.
Quello stato d'animo - e il suo contesto - lo ricordo perfettamente, e imparo a conoscerlo palmo a palmo, sempre meglio tutte le volte che cerco di dimenticare me.
Sono passati anni, e l'averli rivangati, uno per uno, virgola per virgola, è stata una delle mie grammatiche di quest'estate.
Quest'estate deve avermi cambiato qualcosa, o forse è stata più bella di quanto mi sarei sognata e per questo ancora agogno e ne sorrido. Gli strascichi su settembre mi hanno portato sotto i portici e fin tra le pagine dei libri a desiderare di leggere di qualunque argomento (di risultati se ne vedono ancora oggi sul mio comò-dino). Mi sono chiesta come sia il Lesotho. Dove si trovi esattamente. Gianni Rodari lo sapeva? Alla me stessa bambina nessuno l'avrebbe chiesto.
Poi ho preso un treno coi miei odiosi bagagli. Costa un occhio spostarsi, non si è liberi di portarsi mezza casa dietro, e le bestemmie sono più che giustificate. Quel che conta è che io il treno l'ho preso: da donna senza figure, come un libro troppo vuoto, desiderosa, persino.
QUESTO ritorno stavolta è stato netto, la mia mente pulita, il risultato di un'estate passata a ramazzarne via la sporcizia di un anno - quasi - intero. Per qualche motivo, di nuovo, mi aspettavo qualcosa di rassicurante. Beh. Ti danno un'idea di famiglia che forse non è così "netta", ci dev'essere una clausola in piccolo anche lì per giustificare il fatto che, quando sei troppo grande, potrebbero ripassare a portarsela via. Certe bocche si soffermano, solo per il tempo che basta, su questioni basilari, sfiorano l'argomento cibo, e poi le orecchie smettono di ascoltare. Si invecchia di colpo, tristemente e nemmeno troppo in silenzio.
Smetto di ascoltare anch'io: mi convinco di essere stanca, che non mi riguardi. Ho paura di invecchiare a mia volta (Questa cosa della paura d'invecchiare non è del tutto nuova...). Qualche volta, prima di andare a letto, c'è uno scalpiccio, dei piccoli tintinnii insistenti, e alcune di quelle volte sale una sottile paura. Dopo qualche giorno ho scoperto che c'era un'agenda, in cucina, mesi fa, che aveva una funzione nell'illogica di questi ultimi tempi: adesso non c'è più. Faceva parte, come il frigorifero e il tavolo, del mobilio, anche se a me risuonava come una lingua di menelik in un cimitero (ma si impara ad accettare di tutto, no?). Conta che adesso non c'è più.
Che un giorno sì e un giorno no il senso di colpa viene dall'esterno, condiviso, ed ha a che fare quasi solo con il fatto di esistere. Come quando da bambina fai qualcosa di male e a tua madre monta una rabbia pesante che sembra congelare casa. La sensazione che, anche solo respirando, dei ghiaccioli ti entrino nelle narici.
Si smette di respirare.
Tutti insieme.
La porta della mia stanza quando ci sono dentro è rigorosamente chiusa. Adesso è diventata una zattera di passaggio con così poco posto che l'ansia di mettersi in salvo fa soffocare. Di notte, soprattutto. Dentro, io, leggo ancora.