Friday, May 10, 2013

La città respirava sotto il suo mantello azzurro. C'erano vicoli silenziosi e stretti dove il vento riusciva a fare folli corse come un bambino e il sole, sebbene non ci arrivasse, stampava delle virgole di luce affilate come sorrisi. C'erano botteghe nuove e giovani, locali seminterrati con profumi di pensieri e sapone, botteghe nuove che sapevano di vecchie esperienze, cuoio, vestiti vintage, laboratori con targhette appena apposte, nomi mai sentiti ma che potresti innamorarti se non vivessi in tempi in cui l'incostanza, specie quella del salvadanaio, decide come perdersi di vista. Tutto un brulicare senza sonoro baciato da poesie fissate su manifesti e strani murales. Dal conservatorio proveniva uno strimpellare piuttosto incoerente e lì di fianco un uomo biondo biondo dall'aria nordica attirava spiccioli con un burattino biondo biondo anche lui. Una donna dondolava un casco da una mano mentre dal bavero del suo giubbino da centauro sbucava la testa di un cagnetto curioso.
Le coppie giovani avevano almeno un bambino in braccio e l'aria scolastica degli adolescenti l'indomani dell'esame di maturità. Lui gestisce forse un negozio o ci fa il commesso, ha il suo bravo motorino e chissà se il diploma l'ha mai preso, certo è che nessuno di loro si chiede di cosa si mangerà e si parlerà. Quel che è certo è che si tratta sempre di un bambino bellissimo e questo sembra bastare.
La piazza storica delle mura nascoste e dei caffé letterari ha uno spazio in più. La gente seduta ai tavolini sembra avere ripreso ad esistere con la primavera. Tutte le idee artistiche, già viste e non, hanno un sole effimero e una consapevolezza biologica.

Non conosco più nessuno...

Ci passo accanto, ho bisogno di colore sulla testa, capelli e occhi.
E' memoria o è vita?
Mi sono rivista in vecchie istantanee e stupita di quanta polvere possa intervenire, mutamento dopo mutamento, ad adattarsi come un vestito educato per poi abbandonarsi.
Mi sono fatta male.

Monday, January 21, 2013

Mi avessero raccolta quando avevo scorte inesauribili di energie in serbo, avrebbero potuto darmi tante ragioni per farne un uso ecosostenibile e darmi istruzioni per un perfetto rilascio graduale. E così sarebbe stato per molti che mi erano accanto che così avremmo potuto limitare in questi tempi di crisi la necessità insostenibile di difendersi e offendersi, accusarsi senza scusarsi e piangere di rabbia senza che nessuno sia più in grado di dire una cosa nuova.
Ogni stagione della vita è il perfetto campo di battaglia per le recriminazioni e i rimpianti di quella precedente, è un articolo della costituzione, lo strascico di un velo da sposa, tutte le crinoline sparse nelle nuove case che andiamo ad abitare utilizzate come stracci per i pavimenti, i libri di fiabe sono ebook dispersi nella memoria hardware e poi, soprattutto, il web 2.0 ci ha usurpati del diritto di emozionarci davanti agli aformismi di Oscar Wilde e Jim Morrison, così come la nostra emigrazione verso posti di mille insegne al neon aperte fino a tardi e col 70% di sconto. Di cui, bisogna dirlo, approfitti anche tu, va bene, come puoi approfittarne oggi in questa fase di mezza saggezza e un quarto di crescita già abbondantemente superato, che puoi pesare nella bilancia del supermercato, e ti da diritto di dubitare che il supermercato domani ci sarà ancora. Perché in questa fase qua, oltre a bestemmiare per quella precedente, per tutti i questionari che ne hanno meritato ed ereditato le insufficenze, è sancito e anzi garantito il diritto inalienabile di raggranellare pure quelle per i giorni a venire.

Tutto questo perché non conto più le volte che ho provato a dirmi "vada come vada", "è andata come è andata", "andrà come andrà" e credo di poter dire che la coniugazione di tutti i tempi verbali sia potenzialmente ed effettivamente un noiosissimo e inutile ripasso.