Saturday, September 03, 2005

Non lo diresti, perché ti coglie di sorpresa, ma ti giri un secondo, distogli lo sguardo da lì e a pochi passi c'è un campo incolto. Dietro le lapidi, c'è da scendere uno scalino e c'è una distesa verdeggiante che suggerisce di correre e cercare il proprio giardino circondato da un muretto di mattoni e speranza e invece lì dietro, proprio a pochi passi, c'è il bianco silenzio della morte [Un carillon, un album di foto in miniatura e un dolore radicato].
Penso di non voler sentire altro.
Penso non valga la pena di sentire altro.

Avevo preso un quaderno e buttato giù alcune pagine ma il coraggio di sfogliarlo mi manca.
Qualcuno [chi?] ha detto una cosa tipo che la vita si risolve tutta in una manciata di giornate campali, mentre il resto è un sopravvivere nel tempo e nello spazio [o almeno *a parole mie* è così che diceva...] e pensarlo è un po' rassicurante quando c'è tutto un mondo là fuori, un mondo di possibilità diverse con cui ci si ritrova a competere e a cercarsi un posto ed è faticoso, stancante e talvolta impossibile, e poi a dirla tutta non è neanche detto che il gioco valga la candela [pigra] se poi alla fine di tutto ti ritrovi a pensare che qualcuno ti aspetta e niente ha preso il tuo posto ma poi una volta raggiuntolo hai l'impressione sempre più nitida che quei volti ti sono estranei.
E che il posto non sia più [o mai stato] tuo.

Intanto non ho più l'aria, né i giardini e le stradine, né la quiete.
E altre cose. Né la voglia di usare grassetti o corsivi.
Sì, vabbè.

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