Questa storia del post dalla lunga gravidanza travagliata deve avere uno stop. 3 giorni dico tre perché gli accenti mi scappano dal falò che ne faccio, dal fondo del baule con le scartoffie ingiallite.
Sangue dal naso, le labbra che sembra ci sia passata una lumaca avanti e indietro, evito accuratamente di posare gli occhi su un libro non perché mi dispiaccia l'idea. Per quello che ne posso vedere, m'importa poco, m'importa di camminare, le braccia incrociate e il naso in aria e ritrovare una traccia senza fare finta e un viale tutto assolato che è un'onda, imprevedibile, dopo che l'hai attraversata t'importa ugualmente di vedere cosa c'è sotto, raggiugnerne il cuore dove le acque si capovolgono, abbracciandosi, e perché. Non lasciarsi sfuggire un solo palmo di salsedine. O un raggio di sole, di quelli caldi, raccoglierli come bastoncini per giocare a shangai, tutti in una tasca, tutti in una promessa a me stessa. Guidare una cinquecento che è quella vecchia indossando occhiali a goccia, raggiungere la terra senza asfalto, o dove è poco più che una polvere volatile, un paio di zoccoli, scoprire che ci sono ancora, alzando lo sguardo la lunga balconata con le piante, le mattonelle, i mobili di legno. Il divano di quand'ero bambina e il tavolino. Piantarci un sorriso un pomeriggio d'estate, farlo crescere bene, ritrovare le briciole nel fornetto e il vecchio coltello col manico di plastica. Lasciare tutto nelle mani di ombre cortesi e ripartire, il vaso ricolmo di tessere da mosaico di specchio, una buona serra di piante, un sabato pomeriggio così inaspettatamente lieve e dolce, tipo una mano tra le lenticchie o sulle file di grano, piedi nei sandali di polvere e ginocchia in movimento tra strisce di gesso, momenti come briciole e poi proprio quei momenti, c'è sempre un particolare insignificante che ti rimane impresso, un lampadario che traballa, l'onda di una tenda, la surreale luce di un neon. M'immagino il più orrendo, qualcosa di sgradevole da accogliere con una risata. La cosa bella è che a volte trovare una canzone che è LA canzone è un sollievo, come riuscire a sciacquare via del calcare e spesso la soluzione è la più improbabile. Non siamo nessuno per decidere niente ma nei limiti ci divertiamo a provarci. Ne esce sempre qualcosa di improbabile, di complicato, come tutti quei treni coi sensi di colpa. Che invece vorrei dire: non ho deciso io.
Ma certe cose vengono effettivamente decise ed è un dato di fatto.
Ed è comunque buffo che quanto più sembra di rotolare lontano poi ci si rende conto di trovarsi sempre negli stessi posti. Sempre alle stesse condizioni. Come per contratto, dicevo. Pure sotto la leggerezza di un tessuto impalpabile. Che cosa c'è. Sono cose dense, ecco la verità. Al punto che, a volte, respiro con fatica.
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