settembre e io comincio con una lamentela ingiustificata:
Non riesco a creare un layout decente - e a farlo funzionare, mi sarò rincretinita -per scalzare questo che mi ha stufato dal suo trono, per cancellargli le radici con un colpo di spugna.
Non che ci sia qualcosa da cancellare, per dire, tralasciando che si muore anche a ferragosto - "ferragosto" significa meno del solito, meno di "capodanno", meno di "natale" sicuro - che a volte sì, ti devono prestare una maglia di lana e te la tieni all'addiaccio per una notte fredda, fosse anche una sola.
Ho sentito che mi si chiama.
Cioè, prima sottovoce, poi anche se avessi voluto riderci sopra non mi è riuscito molto bene.
Veramente, non mi è riuscito affatto.
Sì, perché i denti mi si sono congelati, e metafore a parte, non ho potuto troppo ridere perché le gengive avevano deciso di scioperare tutte insieme.
Di farlo per giorni, quasi come i camionisti, hanno persino portato delle birre a temperatura ambiente.
Così mi si sono gelati i sorrisi, è rimasta quella sensazione di sabbia sulla nuca.
Che non era sabbia.
E se mi posso azzardare, alla fine ho trascorso un buon ferragosto. Morte a parte.
Tra una dose di polvere e delle chiacchiere improvvisamente vuote e ingiustificate. E qualche pomeriggio che avevo recuperato un letto e non mi sembrava vero - difatti è durata poco.
E' volata, come dicevo.
Sarebbe il caso che pure il caldo volasse via. Se ne andasse a quel paese.
Quindi: non è che non ci sono. E' che non voglio esserci davvero. Davvero no. Non vedo perché farmi prendere in giro ancora.
Ho scoperto il bello delle stanze vuote.
Che sono una rarità e un raro privilegio, se profonde e con l'eco ma forse per curarsi uno dovrebbe averne una in casa. Il beneficio del vuoto col suo ordine. Dormire su un tappeto o anche su un letto, meglio se grande.
Fa tutto un altro effetto.
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