Il silenzio
fiocca come la neve
nelle mie giornate tirate a lucido,
con quelle risate ringiovanite davanti a un caffè consapevole.
Conoscersi impronta dopo impronta.
-- e questo anche prima di oggi
(prima che fosse troppo tardi) --
con calma olimpionica,
come se con quel lungo caffè
stessi bevendo tutto il tempo del mondo.
Tutto il tempo del mondo.
Friday, December 01, 2017
Monday, August 07, 2017
Ti guardavo, anche oggi.
A un certo punto della mia vita ho iniziato a sciogliere dentro di me la tua bellezza a piccoli grani, che al microscopio mi sono apparsi nuovi, complessi, irrisolti come una droga misteriosa e proibita che promette di far male.
Certe volte decidi di snodarti in piccoli fiocchi indigesti, eppure rimani lì, sotto la pelle, ricostruisci i tuoi strati di storia e sedimenti i ricordi.
E anche oggi come tutte le volte hai quel sorriso ironico nel tuo cielo, beffardo, ma così vivo, così reale, e mi sembri una festa corredata di orchestra che non tacerà mai. Come una bella avventura dall'esito incerto, e tale mi sembra anche la mia infanzia in te e con te: ho curiosità dei primi passi che ho mosso, delle prime parole che ho detto, di quei rapporti incerti con gli altri e di quel modo di crescere che è un eterno sbocciare di insicurezze e paure.
Mi rivedo misteriosa e ancheggiante, ispirata e ispirante, goffa e ingenua e il tuo viavai è come una seconda famiglia che non ho mai riconosciuto, priva di documenti ma significativa e verace.
Ho sete dei miei vecchi amori, delle mie passioni seppellite, dei libri che avevo e su cui posavo i pollici, delle piogge invernali e i caldi che non tolleravo; delle mie ribellioni e del rinnegarti, del ritrovarmi innamorata e triste. Voglio sapere cosa facevi mentre volevo fuggire dalle tue mura di storia e ingiutizia, cosa raccontavi a chi sapeva ascoltarti non solo con le orecchie.
Desidererei toccarti con le nocche, esplorarti e ritrovarmi, chiederti il permesso di tuffare la mia anima nei tuoi flutti, usare tutta l'eleganza che meriti come se fossi una dama maltrattata dentro i ricordi e fuori sulla bocca di tutti. Vorrei renderti giustizia e piangere la poca speranza che ho per me, nei nodi della mia confusione totalizzante e nella mia consapevolezza del tempo che passa.
Sei amara, eppure mi strappi sorrisi a occhi chiusi come se d'improvviso potessi annullare gli anni trascorsi a rendere giustificazioni, spiegazioni. Come tu ci riesca è un segreto che nessuno è in grado di svelare, generazione dopo generazione. Dicono che i segreti non si svelano e le poesie rimangono pudiche sotto gli abiti dei loro versi, in attesa di essere sfiorate da occhi sentimentali.
A un certo punto della mia vita ho iniziato a sciogliere dentro di me la tua bellezza a piccoli grani, che al microscopio mi sono apparsi nuovi, complessi, irrisolti come una droga misteriosa e proibita che promette di far male.
Certe volte decidi di snodarti in piccoli fiocchi indigesti, eppure rimani lì, sotto la pelle, ricostruisci i tuoi strati di storia e sedimenti i ricordi.
E anche oggi come tutte le volte hai quel sorriso ironico nel tuo cielo, beffardo, ma così vivo, così reale, e mi sembri una festa corredata di orchestra che non tacerà mai. Come una bella avventura dall'esito incerto, e tale mi sembra anche la mia infanzia in te e con te: ho curiosità dei primi passi che ho mosso, delle prime parole che ho detto, di quei rapporti incerti con gli altri e di quel modo di crescere che è un eterno sbocciare di insicurezze e paure.
Mi rivedo misteriosa e ancheggiante, ispirata e ispirante, goffa e ingenua e il tuo viavai è come una seconda famiglia che non ho mai riconosciuto, priva di documenti ma significativa e verace.
Ho sete dei miei vecchi amori, delle mie passioni seppellite, dei libri che avevo e su cui posavo i pollici, delle piogge invernali e i caldi che non tolleravo; delle mie ribellioni e del rinnegarti, del ritrovarmi innamorata e triste. Voglio sapere cosa facevi mentre volevo fuggire dalle tue mura di storia e ingiutizia, cosa raccontavi a chi sapeva ascoltarti non solo con le orecchie.
Desidererei toccarti con le nocche, esplorarti e ritrovarmi, chiederti il permesso di tuffare la mia anima nei tuoi flutti, usare tutta l'eleganza che meriti come se fossi una dama maltrattata dentro i ricordi e fuori sulla bocca di tutti. Vorrei renderti giustizia e piangere la poca speranza che ho per me, nei nodi della mia confusione totalizzante e nella mia consapevolezza del tempo che passa.
Sei amara, eppure mi strappi sorrisi a occhi chiusi come se d'improvviso potessi annullare gli anni trascorsi a rendere giustificazioni, spiegazioni. Come tu ci riesca è un segreto che nessuno è in grado di svelare, generazione dopo generazione. Dicono che i segreti non si svelano e le poesie rimangono pudiche sotto gli abiti dei loro versi, in attesa di essere sfiorate da occhi sentimentali.
Sunday, July 16, 2017
Le foglie in giardino, l'effetto sorpresa, i km in corsa, la strada lungo il mare.
Le sere solitarie, l'infanzia lontana, i piedi bagnati e l'erba alta, un gelato al tramonto.
Nocche spaccate, ciottoli sotto le scarpe, un fiore tra i capelli, i ghirigori nel tronco.
Un sorriso inaspettato, la fermata della metropolitana, le caviglie bianche.
Un aeroporto, un silenzio lunghissimo, un invito.
I capelli sotto le mani, fra le mani il viso, tra le dita i sogni, sotto i polpastrelli il respiro.
Un letto sconosciuto, un pensiero ballerino, le sue capriole, le sue rughe, la sua età.
Uno steccato, una voce sconosciuta e calda, un sussulto.
Un nido tra le fronde, arrampicarsi, ridere, cadere giù, scappare via.
Università, alloro, camicia e pelle candida, l'impegno, l'anello, la rivincita.
Salto in avanti, abbracci, un fiume.
La fuga, Camden Town, la ruota panoramica, la Sagrada Familia.
"I solchi fatti in questo posto".
La neve, l'estate, le unghie tinte di rosso.
"Two wrongs, no rights".
Il nero, l'Italia, l'acqua che scorre.
Liberazione, l'anfiteatro, il tumulto.
Vent'anni, sbocciare, scacciare, nuotare, volare.
Lenzuola, mani, fotografia di mani, mani sul petto, mani sul cuore.
La notte nella mia città, la notte nei vicoli, la notte tiepida che mi manca tanto, la notte dei miei lontanissimi 18.
La notte della festa, la cartolina, la taranta.
Una poesia, la strada meno battuta, una mancanza, una panchina.
Un cesto di frutta, il rientro, i cani che abbaiano.
Il fuoco nel camino, il calore, il divano, casa.
Le patate in forno, la cena, un bacio di benvenuto.
....
Le sere solitarie, l'infanzia lontana, i piedi bagnati e l'erba alta, un gelato al tramonto.
Nocche spaccate, ciottoli sotto le scarpe, un fiore tra i capelli, i ghirigori nel tronco.
Un sorriso inaspettato, la fermata della metropolitana, le caviglie bianche.
Un aeroporto, un silenzio lunghissimo, un invito.
I capelli sotto le mani, fra le mani il viso, tra le dita i sogni, sotto i polpastrelli il respiro.
Un letto sconosciuto, un pensiero ballerino, le sue capriole, le sue rughe, la sua età.
Uno steccato, una voce sconosciuta e calda, un sussulto.
Un nido tra le fronde, arrampicarsi, ridere, cadere giù, scappare via.
Università, alloro, camicia e pelle candida, l'impegno, l'anello, la rivincita.
Salto in avanti, abbracci, un fiume.
La fuga, Camden Town, la ruota panoramica, la Sagrada Familia.
"I solchi fatti in questo posto".
La neve, l'estate, le unghie tinte di rosso.
"Two wrongs, no rights".
Il nero, l'Italia, l'acqua che scorre.
Liberazione, l'anfiteatro, il tumulto.
Vent'anni, sbocciare, scacciare, nuotare, volare.
Lenzuola, mani, fotografia di mani, mani sul petto, mani sul cuore.
La notte nella mia città, la notte nei vicoli, la notte tiepida che mi manca tanto, la notte dei miei lontanissimi 18.
La notte della festa, la cartolina, la taranta.
Una poesia, la strada meno battuta, una mancanza, una panchina.
Un cesto di frutta, il rientro, i cani che abbaiano.
Il fuoco nel camino, il calore, il divano, casa.
Le patate in forno, la cena, un bacio di benvenuto.
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Sunday, January 22, 2017
Quando non ci penserò più, il giorno che il cemento mi avrà immobilizzato le caviglie intenzionate a correre, mille miglia lontana dal mio mare, con parole nella mente in una lingua non mia, e la pelle rugosa in 4K, e con pianti in grembo e manine e gioie, e candele--
Quando non ci penserò più e tutto cercherà di accadermi addosso tirandomi giù, quando il panico proverà a infiltrarsi tra la ghiaia del viale di casa, quando mi sarò spogliata di lentiggini e sarò andata fino in fondo senza bombola a ossigeno, quando i risvegli all'alba non saranno quasi più fatti di ricordi, quando lo zaino sarà tornato a riempirsi di borraccia e ricambi non generazionali, quando la bocca sarà baciata e la luna riprenderà ad essere luna, e sotto di essa tutti avranno una storia altra tragicomica e farsesca, quando non saprò più che pesci prendere--
Quando i kanji avranno ripreso a scorrermi nelle vene come se nel sangue non avessi avuto altro, e insieme alle righe di codice tutti i record del mio database saranno andati a posto, e più che innalzare casette di lego sfacciate non potrò ormai più, mostrando bicipiti e lividi e graffi, e con il sorriso misto a lacrime mi sarò accorta di essere giunta alla fine del mondo--
--mi tornerà in mente il tuo esempio, i tuoi occhi buoni, la tua voce dolce, e tutto rischiarerà, tutto sarà luminoso, partirà da dietro di me, mi cingerà con tepore, e saprò che quello che sono lo devo anche a te.
Lo devo anche a voi.
Quando non ci penserò più e tutto cercherà di accadermi addosso tirandomi giù, quando il panico proverà a infiltrarsi tra la ghiaia del viale di casa, quando mi sarò spogliata di lentiggini e sarò andata fino in fondo senza bombola a ossigeno, quando i risvegli all'alba non saranno quasi più fatti di ricordi, quando lo zaino sarà tornato a riempirsi di borraccia e ricambi non generazionali, quando la bocca sarà baciata e la luna riprenderà ad essere luna, e sotto di essa tutti avranno una storia altra tragicomica e farsesca, quando non saprò più che pesci prendere--
Quando i kanji avranno ripreso a scorrermi nelle vene come se nel sangue non avessi avuto altro, e insieme alle righe di codice tutti i record del mio database saranno andati a posto, e più che innalzare casette di lego sfacciate non potrò ormai più, mostrando bicipiti e lividi e graffi, e con il sorriso misto a lacrime mi sarò accorta di essere giunta alla fine del mondo--
--mi tornerà in mente il tuo esempio, i tuoi occhi buoni, la tua voce dolce, e tutto rischiarerà, tutto sarà luminoso, partirà da dietro di me, mi cingerà con tepore, e saprò che quello che sono lo devo anche a te.
Lo devo anche a voi.
Friday, March 18, 2016
Tutt'a un tratto ti sei messa a pensare, e se questo fosse l'ultimo giorno della tua vita?
Se stessi andando incontro alla morte sotto forma di pullman che frena male per mano di un ciclista irrispettoso degli spazi destinati agli autoveicoli?
Iniziano così questi pensieri, giorni e giorni di silenzio forzato, di concentrazione, di attenzione per le piccole cose, poca fisicità, poco slancio verso gli altri, ma nell'immergersi nello sguardo di chi ha un entusiasmo fuori dal comune, tutt'a un tratto riesci persino a vedere la sua terra, la sua provenienza.
E dal finestrino irraggiungibile, quella brezza, sa persino di mare lontano, il suo o il tuo.
Tutt'a un trattole parole si sono trasformate in onde, e il tempo in marea. Le strade grigie hanno preso nella mente la vividezza e il sole dei lungomari di un sogno. E nonna persa lì su un isolotto per sempre, al largo.
L'irrequietezza è il tuo marchio di fabbrica, Elenie, e non conti realmente più tutte le volte che hai avuto la tentazione di andare via - e le volte che ti sei allontanata con la mente. Ci sono pressioni che non riusciresti mai a sopportare - hai un brutto rapporto con i tacchi alti e i tailleur ti paiono alla stregua di maschere di Carnevale, lo sappiamo. Pensavamo tutte e due di aver archiviato tutto a una fase della vita circoscrivibile, invece questo genere di insofferenza si rigenera e fermenta sotto l'azione degli enzimi che albergano sulla tua pelle, sotto i vestiti.
Prova tu a spiegarti che ti devi addomesticare, se ci riesci.
Se stessi andando incontro alla morte sotto forma di pullman che frena male per mano di un ciclista irrispettoso degli spazi destinati agli autoveicoli?
Iniziano così questi pensieri, giorni e giorni di silenzio forzato, di concentrazione, di attenzione per le piccole cose, poca fisicità, poco slancio verso gli altri, ma nell'immergersi nello sguardo di chi ha un entusiasmo fuori dal comune, tutt'a un tratto riesci persino a vedere la sua terra, la sua provenienza.
E dal finestrino irraggiungibile, quella brezza, sa persino di mare lontano, il suo o il tuo.
Tutt'a un trattole parole si sono trasformate in onde, e il tempo in marea. Le strade grigie hanno preso nella mente la vividezza e il sole dei lungomari di un sogno. E nonna persa lì su un isolotto per sempre, al largo.
L'irrequietezza è il tuo marchio di fabbrica, Elenie, e non conti realmente più tutte le volte che hai avuto la tentazione di andare via - e le volte che ti sei allontanata con la mente. Ci sono pressioni che non riusciresti mai a sopportare - hai un brutto rapporto con i tacchi alti e i tailleur ti paiono alla stregua di maschere di Carnevale, lo sappiamo. Pensavamo tutte e due di aver archiviato tutto a una fase della vita circoscrivibile, invece questo genere di insofferenza si rigenera e fermenta sotto l'azione degli enzimi che albergano sulla tua pelle, sotto i vestiti.
Prova tu a spiegarti che ti devi addomesticare, se ci riesci.
Wednesday, October 21, 2015
Sei sempre stata un mistero, Elenie, e tuttora mi sconcerti e ti lasci sconcertare con facilità.
In questa prima settimana i giorni si sono contratti da sembrare un'unica nottata interminabile, silenziosa ma affollata di fantasmi. E il tuo tempismo da manuale è un sogno arcano. Hai sempre trovato difficoltà nel padroneggiare il tempo, le sue porzioni più piccole si sono sempre spezzettate facilmente con una lieve pressione delle tue dita. Con le briciole a solleticare i palmi, fai difficoltà a parlare di teatro e cene e alcool e aperitivi con disco eccetera. Non lasci la balaustra nemmeno sotto le carezze e negli abbracci rassicuranti.
Elenie, è da tempo che le briciole le conti tutte. Questa settimana non te ne sei persa nemmeno una, e tutte hanno graffiato rumorosamente e in maniera indistinta sotto il peso dei ricordi di chi hai dovuto vedere andare via silenziosamente, in una sera tiepida, e ha lasciato un vuoto improvviso.
Sei già tornata bambina da un po' e stai ancora giocando fintamente distratta, con un piatto pieno di frutta sbucciata tra le mani di una nonna dal sorriso dolce, ed è subito sabato.
In questa prima settimana i giorni si sono contratti da sembrare un'unica nottata interminabile, silenziosa ma affollata di fantasmi. E il tuo tempismo da manuale è un sogno arcano. Hai sempre trovato difficoltà nel padroneggiare il tempo, le sue porzioni più piccole si sono sempre spezzettate facilmente con una lieve pressione delle tue dita. Con le briciole a solleticare i palmi, fai difficoltà a parlare di teatro e cene e alcool e aperitivi con disco eccetera. Non lasci la balaustra nemmeno sotto le carezze e negli abbracci rassicuranti.
Elenie, è da tempo che le briciole le conti tutte. Questa settimana non te ne sei persa nemmeno una, e tutte hanno graffiato rumorosamente e in maniera indistinta sotto il peso dei ricordi di chi hai dovuto vedere andare via silenziosamente, in una sera tiepida, e ha lasciato un vuoto improvviso.
Sei già tornata bambina da un po' e stai ancora giocando fintamente distratta, con un piatto pieno di frutta sbucciata tra le mani di una nonna dal sorriso dolce, ed è subito sabato.
Thursday, October 01, 2015
Mia cara Elenie,
penso di aver smesso di scriverti per caso e senza accorgermene quando la ruota, mettendosi a girare, mi aveva regalato l'illusione ottica del movimento. So poco e niente dell'origine della "settima arte", ma la dimostrazione del fatto che io sia "al di qua" di tutto è che già da un po' quando guardo un fantastico film pieno di effetti speciali, se appena appena l'umore è altalenante non riesco a non immaginarmi manichini e controfigure su sfondi verdi che maneggiano artefatti grossolani: l'entusiasmo scema poco a poco e alla fine della discesa mi convinco di stare guardando effettivamente degli abili mimi.
Non che abbia nulla contro la mimica, comunque.
Rimane una nobile arte, finché non la trasli nella vita di tutti i giorni.
Ho pensato a lungo che il mio silenzio nei tuoi confronti fosse una naturale conseguenza delle scarpe nuove, del taglio di capelli inedito, della persona che entra a far parte della tua vita, ma la verità è che con l'ultima crisi di quasi-panico ho capito definitivamente che avevo chiuso un canale importante e che i miei occhi si erano definitivamente chiusi su di te e su di me.
Ho attraversato momenti di fervore di tutti i tipi e le intensità, ma prima di rendermi conto che tra le dita scivolano facilmente nastri di parole e di emozioni come seta, ho lasciato che srotolasse da sé, col risultato di sfiorare la pazzia e gettarmi a terra nella vana speranza di poter riavvolgere tutto.
Ti scrivo perché non è rimasto niente, e qualcosa voglio che rimanga.
Perché ogni tanto, malgrado il cammino fatto e soprattutto senza accorgermene, mi rapporto a tutti i giorni nuovi ancora mimando le azioni e sbagliandole tutte, versandomi acqua bollente addosso e, conseguentemente, con una sfiancante attenzione ai minimi gesti, nello sforzo costante di assorbire ogni sbavatura in quella che diventa una vera e propria recita.
Perché l'acqua bollente ustiona.
E le persone non sono fantocci o mimi.
Nemmeno io.
penso di aver smesso di scriverti per caso e senza accorgermene quando la ruota, mettendosi a girare, mi aveva regalato l'illusione ottica del movimento. So poco e niente dell'origine della "settima arte", ma la dimostrazione del fatto che io sia "al di qua" di tutto è che già da un po' quando guardo un fantastico film pieno di effetti speciali, se appena appena l'umore è altalenante non riesco a non immaginarmi manichini e controfigure su sfondi verdi che maneggiano artefatti grossolani: l'entusiasmo scema poco a poco e alla fine della discesa mi convinco di stare guardando effettivamente degli abili mimi.
Non che abbia nulla contro la mimica, comunque.
Rimane una nobile arte, finché non la trasli nella vita di tutti i giorni.
Ho pensato a lungo che il mio silenzio nei tuoi confronti fosse una naturale conseguenza delle scarpe nuove, del taglio di capelli inedito, della persona che entra a far parte della tua vita, ma la verità è che con l'ultima crisi di quasi-panico ho capito definitivamente che avevo chiuso un canale importante e che i miei occhi si erano definitivamente chiusi su di te e su di me.
Ho attraversato momenti di fervore di tutti i tipi e le intensità, ma prima di rendermi conto che tra le dita scivolano facilmente nastri di parole e di emozioni come seta, ho lasciato che srotolasse da sé, col risultato di sfiorare la pazzia e gettarmi a terra nella vana speranza di poter riavvolgere tutto.
Ti scrivo perché non è rimasto niente, e qualcosa voglio che rimanga.
Perché ogni tanto, malgrado il cammino fatto e soprattutto senza accorgermene, mi rapporto a tutti i giorni nuovi ancora mimando le azioni e sbagliandole tutte, versandomi acqua bollente addosso e, conseguentemente, con una sfiancante attenzione ai minimi gesti, nello sforzo costante di assorbire ogni sbavatura in quella che diventa una vera e propria recita.
Perché l'acqua bollente ustiona.
E le persone non sono fantocci o mimi.
Nemmeno io.
Tuesday, August 04, 2015
Sono sempre stata convinta che a una certa età smetti di spostarti per sfuggire a qualcosa, invece tutto ciò che cambia nel tempo è il mostro da cui ti vuoi allontanare: ha nomi che sono sempre più sulla bocca di tutti e questo è certo. Poi suppongo, ma potrei sbagliarmi, che abbia sempre meno zampe: man mano che invecchi egli ottimizza i suoi mezzi di locomozione.
Ci sono voluti anni, anni di elucubrazioni e sfiancamenti economici per riuscire a vedere gli altri.
Tutti.
Quello che realmente tutti fanno, cioè gridare "al mostro!" fantomatico tutti in coro, prima di cercare di correre via, ma facendo attenzione che il capo non si accorga (ché sono finite le ferie, sai, non vorrei mai).
Ora che ho realizzato poi che dietro c'è un grado di sfortuna tanto maggiore quanto più in fretta - in gioventù - si è compreso tutto quanto, la faccenda dei mostri e tutto, è arrivato il momento di battezzare anche questo enorme mostro pericoloso. Con nomi che però non capirà mai nessuno.
"Sverdegrigio".
"Sfuggitappa".
"Skoalacerchio".
Whatever.
Sulla carta, sto scappando via dal rumore di cantieri che fioccano e che con le finestre aperte muovono i fianchi in maniera provocatoria. Sto anche scappando via dal tempo con me. E questa non è una novità. Dal tempo con me nella sua sezione grigia influenzata da questo cielo. Questo sì. Mentre lo scrivo mi riprendo persino dal mio analfabetismo di ritorno che mi ha reso facile comunicare tramite le smart-trappole con emoticon senza senso, ma mi ha intrappolato in discussioni e mi ha atrofizzato la possibilità di litigare di senso compiuto. Ho deciso che quest'altro mostro si chiama "Straccavallo", per oggi, e lo cavalco solo io. Lo aggiungo alla mia stalla di mostri.
Ti lascio le mie rose a seccare, ma soltanto perché devi capire che i miei bagagli pesano esponenzialmente di più, alla luce di tutto quanto; una volta mi vedevo col caratteristico zainetto in spalla, ma ora non ho più la stessa testa, e se grazie a te riesco a portarmi dietro tutti i libri che voglio senza che le vertebre scricchiolino, forse posso realizzare fughe che hanno nomi sublimi (davvero?).
Devo capire se sono in grado di produrre anche sinfonie.
Ci sono voluti anni, anni di elucubrazioni e sfiancamenti economici per riuscire a vedere gli altri.
Tutti.
Quello che realmente tutti fanno, cioè gridare "al mostro!" fantomatico tutti in coro, prima di cercare di correre via, ma facendo attenzione che il capo non si accorga (ché sono finite le ferie, sai, non vorrei mai).
Ora che ho realizzato poi che dietro c'è un grado di sfortuna tanto maggiore quanto più in fretta - in gioventù - si è compreso tutto quanto, la faccenda dei mostri e tutto, è arrivato il momento di battezzare anche questo enorme mostro pericoloso. Con nomi che però non capirà mai nessuno.
"Sverdegrigio".
"Sfuggitappa".
"Skoalacerchio".
Whatever.
Sulla carta, sto scappando via dal rumore di cantieri che fioccano e che con le finestre aperte muovono i fianchi in maniera provocatoria. Sto anche scappando via dal tempo con me. E questa non è una novità. Dal tempo con me nella sua sezione grigia influenzata da questo cielo. Questo sì. Mentre lo scrivo mi riprendo persino dal mio analfabetismo di ritorno che mi ha reso facile comunicare tramite le smart-trappole con emoticon senza senso, ma mi ha intrappolato in discussioni e mi ha atrofizzato la possibilità di litigare di senso compiuto. Ho deciso che quest'altro mostro si chiama "Straccavallo", per oggi, e lo cavalco solo io. Lo aggiungo alla mia stalla di mostri.
Ti lascio le mie rose a seccare, ma soltanto perché devi capire che i miei bagagli pesano esponenzialmente di più, alla luce di tutto quanto; una volta mi vedevo col caratteristico zainetto in spalla, ma ora non ho più la stessa testa, e se grazie a te riesco a portarmi dietro tutti i libri che voglio senza che le vertebre scricchiolino, forse posso realizzare fughe che hanno nomi sublimi (davvero?).
Devo capire se sono in grado di produrre anche sinfonie.
Monday, November 10, 2014
Sunday, July 27, 2014
Qui manca il pulsante di spegnimento, ci hanno proiettato nel web 2.0 convinti che sia più giusto e utile restare sempre in contatto. Era molto meglio quando rimanevano solo foto in un album o in un portafogli a raccontare, e nessuna frase di tre righi colma di indignazione a indignare ulteriormente; le malattie si propagavano persino in maniera più *sana* e le epidemie mietevano vittime che si erano scambiate almeno una stretta di amno. Io non so più spegnere da tempo immemore perché gli imperativi morali hanno sempre avuto almeno un'eco a disposizione e tanto silenzio spettatore, e finisce che uno non matura nemmeno più nelle stagioni giuste gli elementi che gli abbisognano per potersi costruire. Imbevuti di questioni sociali, indignarsi con tre parole, tirare fuori uno stendardo da appendere al davanzale e immediatamente fotografarlo, porlo a vessillo per partecipare a un flash-mob più o meno virtuale, avrei dovuto manualmente inserire tutto questo nella lista delle volgari manifestazioni che non hanno mai smosso nulla. Invece ci pensa un social network con gli occhiali da hipster per il quale devi avere sempre qualcosa da dire e da mostrare.
Friday, May 10, 2013
La città respirava sotto il suo mantello azzurro. C'erano vicoli silenziosi e stretti dove il vento riusciva a fare folli corse come un bambino e il sole, sebbene non ci arrivasse, stampava delle virgole di luce affilate come sorrisi. C'erano botteghe nuove e giovani, locali seminterrati con profumi di pensieri e sapone, botteghe nuove che sapevano di vecchie esperienze, cuoio, vestiti vintage, laboratori con targhette appena apposte, nomi mai sentiti ma che potresti innamorarti se non vivessi in tempi in cui l'incostanza, specie quella del salvadanaio, decide come perdersi di vista. Tutto un brulicare senza sonoro baciato da poesie fissate su manifesti e strani murales. Dal conservatorio proveniva uno strimpellare piuttosto incoerente e lì di fianco un uomo biondo biondo dall'aria nordica attirava spiccioli con un burattino biondo biondo anche lui. Una donna dondolava un casco da una mano mentre dal bavero del suo giubbino da centauro sbucava la testa di un cagnetto curioso.
Le coppie giovani avevano almeno un bambino in braccio e l'aria scolastica degli adolescenti l'indomani dell'esame di maturità. Lui gestisce forse un negozio o ci fa il commesso, ha il suo bravo motorino e chissà se il diploma l'ha mai preso, certo è che nessuno di loro si chiede di cosa si mangerà e si parlerà. Quel che è certo è che si tratta sempre di un bambino bellissimo e questo sembra bastare.
La piazza storica delle mura nascoste e dei caffé letterari ha uno spazio in più. La gente seduta ai tavolini sembra avere ripreso ad esistere con la primavera. Tutte le idee artistiche, già viste e non, hanno un sole effimero e una consapevolezza biologica.
Non conosco più nessuno...
Ci passo accanto, ho bisogno di colore sulla testa, capelli e occhi.
E' memoria o è vita?
Mi sono rivista in vecchie istantanee e stupita di quanta polvere possa intervenire, mutamento dopo mutamento, ad adattarsi come un vestito educato per poi abbandonarsi.
Mi sono fatta male.
Le coppie giovani avevano almeno un bambino in braccio e l'aria scolastica degli adolescenti l'indomani dell'esame di maturità. Lui gestisce forse un negozio o ci fa il commesso, ha il suo bravo motorino e chissà se il diploma l'ha mai preso, certo è che nessuno di loro si chiede di cosa si mangerà e si parlerà. Quel che è certo è che si tratta sempre di un bambino bellissimo e questo sembra bastare.
La piazza storica delle mura nascoste e dei caffé letterari ha uno spazio in più. La gente seduta ai tavolini sembra avere ripreso ad esistere con la primavera. Tutte le idee artistiche, già viste e non, hanno un sole effimero e una consapevolezza biologica.
Non conosco più nessuno...
Ci passo accanto, ho bisogno di colore sulla testa, capelli e occhi.
E' memoria o è vita?
Mi sono rivista in vecchie istantanee e stupita di quanta polvere possa intervenire, mutamento dopo mutamento, ad adattarsi come un vestito educato per poi abbandonarsi.
Mi sono fatta male.
Monday, January 21, 2013
Mi avessero raccolta quando avevo scorte inesauribili di energie in serbo, avrebbero potuto darmi tante ragioni per farne un uso ecosostenibile e darmi istruzioni per un perfetto rilascio graduale. E così sarebbe stato per molti che mi erano accanto che così avremmo potuto limitare in questi tempi di crisi la necessità insostenibile di difendersi e offendersi, accusarsi senza scusarsi e piangere di rabbia senza che nessuno sia più in grado di dire una cosa nuova.
Ogni stagione della vita è il perfetto campo di battaglia per le recriminazioni e i rimpianti di quella precedente, è un articolo della costituzione, lo strascico di un velo da sposa, tutte le crinoline sparse nelle nuove case che andiamo ad abitare utilizzate come stracci per i pavimenti, i libri di fiabe sono ebook dispersi nella memoria hardware e poi, soprattutto, il web 2.0 ci ha usurpati del diritto di emozionarci davanti agli aformismi di Oscar Wilde e Jim Morrison, così come la nostra emigrazione verso posti di mille insegne al neon aperte fino a tardi e col 70% di sconto. Di cui, bisogna dirlo, approfitti anche tu, va bene, come puoi approfittarne oggi in questa fase di mezza saggezza e un quarto di crescita già abbondantemente superato, che puoi pesare nella bilancia del supermercato, e ti da diritto di dubitare che il supermercato domani ci sarà ancora. Perché in questa fase qua, oltre a bestemmiare per quella precedente, per tutti i questionari che ne hanno meritato ed ereditato le insufficenze, è sancito e anzi garantito il diritto inalienabile di raggranellare pure quelle per i giorni a venire.
Tutto questo perché non conto più le volte che ho provato a dirmi "vada come vada", "è andata come è andata", "andrà come andrà" e credo di poter dire che la coniugazione di tutti i tempi verbali sia potenzialmente ed effettivamente un noiosissimo e inutile ripasso.
Ogni stagione della vita è il perfetto campo di battaglia per le recriminazioni e i rimpianti di quella precedente, è un articolo della costituzione, lo strascico di un velo da sposa, tutte le crinoline sparse nelle nuove case che andiamo ad abitare utilizzate come stracci per i pavimenti, i libri di fiabe sono ebook dispersi nella memoria hardware e poi, soprattutto, il web 2.0 ci ha usurpati del diritto di emozionarci davanti agli aformismi di Oscar Wilde e Jim Morrison, così come la nostra emigrazione verso posti di mille insegne al neon aperte fino a tardi e col 70% di sconto. Di cui, bisogna dirlo, approfitti anche tu, va bene, come puoi approfittarne oggi in questa fase di mezza saggezza e un quarto di crescita già abbondantemente superato, che puoi pesare nella bilancia del supermercato, e ti da diritto di dubitare che il supermercato domani ci sarà ancora. Perché in questa fase qua, oltre a bestemmiare per quella precedente, per tutti i questionari che ne hanno meritato ed ereditato le insufficenze, è sancito e anzi garantito il diritto inalienabile di raggranellare pure quelle per i giorni a venire.
Tutto questo perché non conto più le volte che ho provato a dirmi "vada come vada", "è andata come è andata", "andrà come andrà" e credo di poter dire che la coniugazione di tutti i tempi verbali sia potenzialmente ed effettivamente un noiosissimo e inutile ripasso.
Saturday, October 27, 2012
Non sono affatto arrivata alla fine del mondo - al confine.
Quando ero piccina picciò che ancora non sapevo leggere né scrivere fantasticavo che oltre la fine della città, andando dritto per quella strada o per quell'altra a un certo punto sarebbe finita, un precipizio si sarebbe spalancato davanti ai miei piedi - se mai ci si poteva arrivare - e a quel punto oltre non si poteva andare, c'era da rimanere lì imbambolati senza sapere bene cosa fare se non fissare il volo delle rondini. Non è che pensassi che il mondo intorno non esistesse, o che la terra fosse piatta, è che quello era il mio mondo, sempre pensato sotto forma di città, e poi di casa più piccola con me all'interno. Al di là del precipizio non potevo andarci da sola, mi faceva paura, mi faceva paura la strana concretezza di quei sogni dove precipiti e ti svegli di scatto e io soffrivo anche di vertigini più che adesso. Non sono mai stata neanche troppo credulona da immaginare che avrei potuto camminare per km senza cadere per il semplice fatto di non guardare in basso: è una cosa che neanche nei miei sogni è mai avvenuta. Forse, nei periodi migliori, ho sognato di volare, ma non me ne ricordo. I sogni che adesso mi inseguono hanno delle trame da thriller o noir qualche volta un po' retrò, con degli spunti alla Dario Argento e varie venature di stampo americano; sono delle trappole psicologiche che certe volte al mattino da sveglia è come se fossi appena uscita dalla sala cinematografica, altre volte mi lasciano ovviamente la lingua amara e gli occhi torbidi come il mare fuori stagione.
E io adesso non sono affatto arrivata alla fine del mio mondo, ma alla fine delle città sì.
Certi rapporti si esauriscono quando percepisci quella chiara sensazione che il canale comunicativo si stia prosciugando, e qualunque cosa tu faccia o dica non solo non riceve più riscontro, ma alimenta l'appiattimento generale della situazione; tanto varrebbe tagliare, secondo la mia idea che sto cercando comunque di correggere, ma la verità è che il più delle volte rimani immobile e quasi in apnea. Con le città succede una cosa molto simile. Quando le persone ti si sono consumate, o le strade sono finite in numero e incontri una tale quantità di vicoli ciechi, senza troppe sorprese - e con tutte le volte che ho rimescolato dovrei anche averne avuta qualcuna in più -, la scelta del vestiario, del'espressione del viso, dei capelli e del trucco diventa del tutto sterile, insapore, di fronte alla chiara sensazione che qualunque cosa succeda un po' la prevedevi e un po' sai già come interpretarla; ti si insudicia inutilmente la camicia elegante, ti si stropiccia lo stomaco e qualche volta se non fai attenzione ti si abbassa pericolosamente la soglia della nausea.
Devo fare attenzione a non mangiare tanto, a non sollevare pesi, a non fare sforzi, ad inginocchiarmi più che abbassarmi. Oltre alla sensazione generale inculcatami di autodisfacimento e imperfezione, di continua manchevolezza, quella generale estraneità, c'è che la capienza dei miei polmoni va diminuendo. Che non ho più nessuna intenzione di dare colpe e risposte, quindi non chiedetemi niente perché quel minimo che aspetto e mi aspetterò, mi sentirò poi in dovere anche di criticarlo.
Quando ero piccina picciò che ancora non sapevo leggere né scrivere fantasticavo che oltre la fine della città, andando dritto per quella strada o per quell'altra a un certo punto sarebbe finita, un precipizio si sarebbe spalancato davanti ai miei piedi - se mai ci si poteva arrivare - e a quel punto oltre non si poteva andare, c'era da rimanere lì imbambolati senza sapere bene cosa fare se non fissare il volo delle rondini. Non è che pensassi che il mondo intorno non esistesse, o che la terra fosse piatta, è che quello era il mio mondo, sempre pensato sotto forma di città, e poi di casa più piccola con me all'interno. Al di là del precipizio non potevo andarci da sola, mi faceva paura, mi faceva paura la strana concretezza di quei sogni dove precipiti e ti svegli di scatto e io soffrivo anche di vertigini più che adesso. Non sono mai stata neanche troppo credulona da immaginare che avrei potuto camminare per km senza cadere per il semplice fatto di non guardare in basso: è una cosa che neanche nei miei sogni è mai avvenuta. Forse, nei periodi migliori, ho sognato di volare, ma non me ne ricordo. I sogni che adesso mi inseguono hanno delle trame da thriller o noir qualche volta un po' retrò, con degli spunti alla Dario Argento e varie venature di stampo americano; sono delle trappole psicologiche che certe volte al mattino da sveglia è come se fossi appena uscita dalla sala cinematografica, altre volte mi lasciano ovviamente la lingua amara e gli occhi torbidi come il mare fuori stagione.
E io adesso non sono affatto arrivata alla fine del mio mondo, ma alla fine delle città sì.
Certi rapporti si esauriscono quando percepisci quella chiara sensazione che il canale comunicativo si stia prosciugando, e qualunque cosa tu faccia o dica non solo non riceve più riscontro, ma alimenta l'appiattimento generale della situazione; tanto varrebbe tagliare, secondo la mia idea che sto cercando comunque di correggere, ma la verità è che il più delle volte rimani immobile e quasi in apnea. Con le città succede una cosa molto simile. Quando le persone ti si sono consumate, o le strade sono finite in numero e incontri una tale quantità di vicoli ciechi, senza troppe sorprese - e con tutte le volte che ho rimescolato dovrei anche averne avuta qualcuna in più -, la scelta del vestiario, del'espressione del viso, dei capelli e del trucco diventa del tutto sterile, insapore, di fronte alla chiara sensazione che qualunque cosa succeda un po' la prevedevi e un po' sai già come interpretarla; ti si insudicia inutilmente la camicia elegante, ti si stropiccia lo stomaco e qualche volta se non fai attenzione ti si abbassa pericolosamente la soglia della nausea.
Devo fare attenzione a non mangiare tanto, a non sollevare pesi, a non fare sforzi, ad inginocchiarmi più che abbassarmi. Oltre alla sensazione generale inculcatami di autodisfacimento e imperfezione, di continua manchevolezza, quella generale estraneità, c'è che la capienza dei miei polmoni va diminuendo. Che non ho più nessuna intenzione di dare colpe e risposte, quindi non chiedetemi niente perché quel minimo che aspetto e mi aspetterò, mi sentirò poi in dovere anche di criticarlo.
Thursday, September 13, 2012
La passione più lunga e irrisolta che sia riuscita a concepire all'alba della mia età è quella per i numeri.
E' mettere ordine al caos del mattino, piano piano e col passare delle ore. E' seguire istruzioni esatte senza perdersi nemmeno un passo, fingermi io stessa istruzione esatta seguita dall'esterno. Tutti i giorni a cercare di capirci meglio, è stato, addirittura, la forza e la voglia di fallire e riprovarci.
Morirò sempre di molteplici anime.
Questa attuale sa di solitudine, ha il gusto delle mie 6 a.m. e dei buongiorno alla mia schiena vecchiavecchia. Mi sono ripiegata su me stessa per guardare sotto il cuscino, ti cerco di fianco ma se ti trovo è già ora e non faccio che cercare da te altre parole, un altro modo di rapportarsi oltre il senso di pace che poi non so dov'è finito. Mi spengo un po' di più ogni giorno di fronte all'orologio e se non per me stessa e le mie lampadine un po' fulminate non so per cosa altro sopportarlo. Forse ho iniziato a realizzare l'incongruenza di quest'attesa, niente case, avevo visto giusto già in partenza che è tutto già qui ma mi sono lasciata portare dalla tua marea nell'idea di un posto in cui sarei stata irriconoscibile, peggio di ora che mi sembra un modo insopportabile di vivere. Insomma io non basto, non funziono, non sono il giocattolo giusto né l'arma buona, manco di una buona dose di precisione e la cosa non mi piace, i miei vestiti macerano, i miei capelli appassiscono e la mia pelle ce l'ha di nuovo con me. Per non parlare della mia colonna vertebrale. Ho l'aria di disfarmi nella mente e il mio corpo me ne sta solo dando una conferma.
Che altro voglio di più?
E' mettere ordine al caos del mattino, piano piano e col passare delle ore. E' seguire istruzioni esatte senza perdersi nemmeno un passo, fingermi io stessa istruzione esatta seguita dall'esterno. Tutti i giorni a cercare di capirci meglio, è stato, addirittura, la forza e la voglia di fallire e riprovarci.
Morirò sempre di molteplici anime.
Questa attuale sa di solitudine, ha il gusto delle mie 6 a.m. e dei buongiorno alla mia schiena vecchiavecchia. Mi sono ripiegata su me stessa per guardare sotto il cuscino, ti cerco di fianco ma se ti trovo è già ora e non faccio che cercare da te altre parole, un altro modo di rapportarsi oltre il senso di pace che poi non so dov'è finito. Mi spengo un po' di più ogni giorno di fronte all'orologio e se non per me stessa e le mie lampadine un po' fulminate non so per cosa altro sopportarlo. Forse ho iniziato a realizzare l'incongruenza di quest'attesa, niente case, avevo visto giusto già in partenza che è tutto già qui ma mi sono lasciata portare dalla tua marea nell'idea di un posto in cui sarei stata irriconoscibile, peggio di ora che mi sembra un modo insopportabile di vivere. Insomma io non basto, non funziono, non sono il giocattolo giusto né l'arma buona, manco di una buona dose di precisione e la cosa non mi piace, i miei vestiti macerano, i miei capelli appassiscono e la mia pelle ce l'ha di nuovo con me. Per non parlare della mia colonna vertebrale. Ho l'aria di disfarmi nella mente e il mio corpo me ne sta solo dando una conferma.
Che altro voglio di più?
Monday, September 10, 2012
Ho tanti primi giorni che sono anche secondi e terzi ma rimangono primi. Quei tempi in cui mi piacevo per tutte le mie prime volte, adorati tempi passati... Adesso sono tutti costantemente piattaforme con linee gialle e il peggio del peggio è che per rilassarmi specie al mattino presto io ripenso alle risate dei vent'anni.
Ed ho molte settedelmattino da smaltire dai ricordi, e infinitamente meno risate utili... quel diavolo di diavolo dell'adolescenza mi sogghigna impunemente seduto di fronte. Niente mi salverà.
Credo di essermi morsa la coda, credo di dover sempre fare attenzione agli spazi carrabili della mia vita in questa camera per due, trovo umilianti tante cose compreso il fatto che tutto rimane umiliante e niente mi salverà. Trovo difficile ignorare settembre. Che anche in questo settembre a vincere sia l'obiettivo di un lavoro e una "lavoressa" oggi sposi e con una casa tutta loro senza affitto e senza soffritto. Non ti perdono quest'anno, e a questo settembre non perdono la sua ripetitività: non può avere ragione dei miei mesi caldi di salvifica ribellione, niente fazzoletto bianco.
Tutte le volte che arrivo a destinazione mi dico che in realtà sono morta, ho un cartello appeso al collo con su scritto "non sono io, è la mia gemella zombie". Sono lì per un po' con quella mezza voglia di scappare, con le borse pesanti e la mia schiena a pezzi, e se qualcuno leggerà mai questo post dovrà forse sforzarsi un po' per capire quante volte in una giornata questo avvenga, quante me devo prendere a pugni e quante volte devo cercare di non dare una risposta alla domanda "ma tutto questo fa per me?". Dio se voglio tornare a ridere. Ma come si fa?
Ed ho molte settedelmattino da smaltire dai ricordi, e infinitamente meno risate utili... quel diavolo di diavolo dell'adolescenza mi sogghigna impunemente seduto di fronte. Niente mi salverà.
Credo di essermi morsa la coda, credo di dover sempre fare attenzione agli spazi carrabili della mia vita in questa camera per due, trovo umilianti tante cose compreso il fatto che tutto rimane umiliante e niente mi salverà. Trovo difficile ignorare settembre. Che anche in questo settembre a vincere sia l'obiettivo di un lavoro e una "lavoressa" oggi sposi e con una casa tutta loro senza affitto e senza soffritto. Non ti perdono quest'anno, e a questo settembre non perdono la sua ripetitività: non può avere ragione dei miei mesi caldi di salvifica ribellione, niente fazzoletto bianco.
Tutte le volte che arrivo a destinazione mi dico che in realtà sono morta, ho un cartello appeso al collo con su scritto "non sono io, è la mia gemella zombie". Sono lì per un po' con quella mezza voglia di scappare, con le borse pesanti e la mia schiena a pezzi, e se qualcuno leggerà mai questo post dovrà forse sforzarsi un po' per capire quante volte in una giornata questo avvenga, quante me devo prendere a pugni e quante volte devo cercare di non dare una risposta alla domanda "ma tutto questo fa per me?". Dio se voglio tornare a ridere. Ma come si fa?
Saturday, May 19, 2012
E l'improvviso capolino del mare català mi ha donato una pelle un po' scottata e respirata.
Il vento ha smesso di soffiare, l'ultimo aereo ha avuto un volo breve breve e mi ha portata dritta in un weekend con te.
Nel valore assoluto dei weekend con te.
Abbiamo cercato di spiegarci al meglio cosa chiedevamo per noi, le nostre idee diversamente anacronistiche ci hanno fatto arrabbiare in più di una ripresa ma non possiamo farne a meno, trarne vantaggio no, è ancora presto. Io da questo lunedì sono sospesa in una dimensione alternativa che mi diversifica da tutto e da tutti intorno, come un ascensore bloccato tra due piani col suo panico interno ben imbottigliato, attento a non lasciarsi scappare nulla.
Vedremo come andrà a finire.
Il vento ha smesso di soffiare, l'ultimo aereo ha avuto un volo breve breve e mi ha portata dritta in un weekend con te.
Nel valore assoluto dei weekend con te.
Abbiamo cercato di spiegarci al meglio cosa chiedevamo per noi, le nostre idee diversamente anacronistiche ci hanno fatto arrabbiare in più di una ripresa ma non possiamo farne a meno, trarne vantaggio no, è ancora presto. Io da questo lunedì sono sospesa in una dimensione alternativa che mi diversifica da tutto e da tutti intorno, come un ascensore bloccato tra due piani col suo panico interno ben imbottigliato, attento a non lasciarsi scappare nulla.
Vedremo come andrà a finire.
Tuesday, February 28, 2012
Quando senti troppi rumori non riesci a concentrarti.
La mia concentrazione è un fuoco d'artificio, un bello spettacolo colorato che fa il solletico alla mia scatola cranica invece che al cielo e io sotto sotto me ne compiaccio. Le scaglie luminose lasciano una scia di malinconia e di attesa quasi mendica di quello successivo. Torno in terra con ancora rimasugli negli occhi, la realtà è ricoperta di una patina traslucida, io sono un po' più cieca.
Lo penso da un po' ormai, a proposito dei miei occhi, che il mio sguardo non ha più fulgore, sono occhi statici che vengono impressi nelle foto, opachi, e a farne, di foto, in questo frangente, l'inquadratura rimane lì a seccare come un fiore di campo colto in fretta. Quando è così qualcosa non va. La vista, la mia vista da macchina fotografica è in agonia, mi rimane l'udito già malridotto misteriosamente. La tizia in Gothica sembra me che vaneggio dicendo che sento il sangue pulsare, forse il sangue no ma i muscoli li sento uno per uno formicolare. La schiena mi fa male e mi trascina in uno stato contemplativo dal quale dopo un po' riemergo con nella testa il tatuaggio del mio sistema linfatico. Scompaiono le lentiggini e tutto, il mio strabismo psicotico, mi rimane tutto pesante, ingabbiato e incappucciato, un palloncino legato a uno spago. Mi convinco che quello sia il formicolare del mio sangue tra vene e arterie, per me è semplicemente la differenza tra i -20° e i +20° di temperatura che c'è all'esterno.
Alle volte ho la sensazione che tutto di me sia obbligato a restare fermo, come se mi avessero ingessata interamente. Poi un massaggio mi restituisce un po' di vitalità. Anche solo provando a massaggiarmi i polsi. Riesco a godere del verde di un giardino, del canneto che cinge un viale, delle battute, delle persone, mi resta un vago senso di scomodità che sparisce solo quando cammino, forse perché così la circolazione ha la meglio. Riesco a godere della tua presenza.
Le mie ultime animosità muoiono da sole e senza aiuti di alcun genere, gli sfoghi appartengono già oggi a un'altra era. Dopo due giorni scopro che avevo torto, come nei miei compiti scritti dove la convinzione è la stessa che potrei avere asserendo che gli asini volano. D'altra parte non saprei in che lingua chiedere aiuto, gli ultimi avvenimenti mi dimostrano che sbaglio costantemente la selezione del registro linguistico più appropriato, faccio soffrire, star male e non ho che la mera percezione del tentativo di sfondare la barriera di nylon che mi circonda da parte delle altre persone - quelle che ci provano almeno. Un solletico che mi fa davvero sorridere. Cerco nella mia memoria un record che possa definire un disturbo linguistico lontanamente paragonabile: afasia?
Inizio a parlare lingue che non devo più parlare, che non ho più la necessità d'imparare, nozioni che non ricordavo quando dovevo.
Ho un registro linguistico eterogeneo che mi confonde e mi porta alla mente particolari che avevo dimenticato, questioni che non mi sono mai posta persino, persone in sogno sottoposte a evidente lobotomia, nessun messaggio da comunicarmi, un luogo da raggiungere che è kafkianamente inaccessibile.
Oggi ho fatto un singolo pensiero per più di un istante...lo ammetto.
ho appoggiato la testa alle braccia - troppo sottili - e sul tavolo - troppo duro - e sono rimasta così per un bel po' di tempo.
La mia concentrazione è un fuoco d'artificio, un bello spettacolo colorato che fa il solletico alla mia scatola cranica invece che al cielo e io sotto sotto me ne compiaccio. Le scaglie luminose lasciano una scia di malinconia e di attesa quasi mendica di quello successivo. Torno in terra con ancora rimasugli negli occhi, la realtà è ricoperta di una patina traslucida, io sono un po' più cieca.
Lo penso da un po' ormai, a proposito dei miei occhi, che il mio sguardo non ha più fulgore, sono occhi statici che vengono impressi nelle foto, opachi, e a farne, di foto, in questo frangente, l'inquadratura rimane lì a seccare come un fiore di campo colto in fretta. Quando è così qualcosa non va. La vista, la mia vista da macchina fotografica è in agonia, mi rimane l'udito già malridotto misteriosamente. La tizia in Gothica sembra me che vaneggio dicendo che sento il sangue pulsare, forse il sangue no ma i muscoli li sento uno per uno formicolare. La schiena mi fa male e mi trascina in uno stato contemplativo dal quale dopo un po' riemergo con nella testa il tatuaggio del mio sistema linfatico. Scompaiono le lentiggini e tutto, il mio strabismo psicotico, mi rimane tutto pesante, ingabbiato e incappucciato, un palloncino legato a uno spago. Mi convinco che quello sia il formicolare del mio sangue tra vene e arterie, per me è semplicemente la differenza tra i -20° e i +20° di temperatura che c'è all'esterno.
Alle volte ho la sensazione che tutto di me sia obbligato a restare fermo, come se mi avessero ingessata interamente. Poi un massaggio mi restituisce un po' di vitalità. Anche solo provando a massaggiarmi i polsi. Riesco a godere del verde di un giardino, del canneto che cinge un viale, delle battute, delle persone, mi resta un vago senso di scomodità che sparisce solo quando cammino, forse perché così la circolazione ha la meglio. Riesco a godere della tua presenza.
Le mie ultime animosità muoiono da sole e senza aiuti di alcun genere, gli sfoghi appartengono già oggi a un'altra era. Dopo due giorni scopro che avevo torto, come nei miei compiti scritti dove la convinzione è la stessa che potrei avere asserendo che gli asini volano. D'altra parte non saprei in che lingua chiedere aiuto, gli ultimi avvenimenti mi dimostrano che sbaglio costantemente la selezione del registro linguistico più appropriato, faccio soffrire, star male e non ho che la mera percezione del tentativo di sfondare la barriera di nylon che mi circonda da parte delle altre persone - quelle che ci provano almeno. Un solletico che mi fa davvero sorridere. Cerco nella mia memoria un record che possa definire un disturbo linguistico lontanamente paragonabile: afasia?
Inizio a parlare lingue che non devo più parlare, che non ho più la necessità d'imparare, nozioni che non ricordavo quando dovevo.
Ho un registro linguistico eterogeneo che mi confonde e mi porta alla mente particolari che avevo dimenticato, questioni che non mi sono mai posta persino, persone in sogno sottoposte a evidente lobotomia, nessun messaggio da comunicarmi, un luogo da raggiungere che è kafkianamente inaccessibile.
Oggi ho fatto un singolo pensiero per più di un istante...lo ammetto.
ho appoggiato la testa alle braccia - troppo sottili - e sul tavolo - troppo duro - e sono rimasta così per un bel po' di tempo.
Thursday, February 16, 2012
Ho abdicato.
Lasciato il passo al tempo quando era importante che fossi io a passare per prima, per quella forza misteriosa che ha la vita in crescita, e credo sia stato il mio primo errore grosso. Niente anni di galera ma un sentirsi completamente aliena che mi ripaga dello squallore intorno, dei problemi legati allo spread, del default di Damocle, e che nn mi riesce a dar tregua.
Tutti i giorni.
Più di un cioccolatino lasciato qui per caso è una foto tagliata tra le lacrime. Lei pure ha imparato a giocarsi bene le sue carte, è diventata diplomatica, ma tutt'a un tratto ha smesso di importarmi. La mezzanotte ha deciso di accelerare sui titoli di coda.
Lasciato il passo al tempo quando era importante che fossi io a passare per prima, per quella forza misteriosa che ha la vita in crescita, e credo sia stato il mio primo errore grosso. Niente anni di galera ma un sentirsi completamente aliena che mi ripaga dello squallore intorno, dei problemi legati allo spread, del default di Damocle, e che nn mi riesce a dar tregua.
Tutti i giorni.
Più di un cioccolatino lasciato qui per caso è una foto tagliata tra le lacrime. Lei pure ha imparato a giocarsi bene le sue carte, è diventata diplomatica, ma tutt'a un tratto ha smesso di importarmi. La mezzanotte ha deciso di accelerare sui titoli di coda.
Tuesday, January 10, 2012
ti addormenti che arriva natale per pura forza di volontà, perché di questo si tratta, come quando tieni gli occhi chiusi per paura che i desideri sfuggano dalla tua torta ornata di candeline, a 5 anni oppure a 30 è la forza di volontà ma più che altro è l'inerzia forzata sotto il cui giogo tu continui a recitare.
E la recita può andare avanti a lungo perché Capodanno è ancora una tregua, e tu te la devi bere come una vodka troppo forte. Più si va avanti più andare avanti prende il significato di un mostruoso meccanismo di redistribuzione delle età. E' come andare in giro avendo sulla testa, appena sopra l'attaccatura dei capelli, un ago di bilancia e i due piatti laterali che scendono sopra le orecchie, e ad ogni ora devi decidere cosa mettere da quale lato.
Io non ho cuore di incolpare questo o quello se il piatto della bilancia decisamente pende da un lato, ho accantonato così tante me contando le briciole da ogni piatto man mano che le riponevo nelle mie brave confezioni sottovuoto pur di redistribuire il peso che certe volte mi fa male la schiena, di un dolore da febbre che sono dieci giorni che non se ne va (continua a ricordarmi quelle ore interminabili che ho passato con la fronte bollente su di te).
Tu sei un tasto dolente, tu che quando ci sei ci sei da sempre e imprescindibilmente, e tu che parti e quando parti sono pochi giorni furibondi che mi pulsano contro le tempie. Ora che tutto riprende a funzionare ad algoritmi devo per forza ricordarmi in ogni momento quanti tentativi ho fatto con me prima di arrendermi e capire che nessun algoritmo mi andava bene, che era un malfunzionamento genetico. Che ho preso i geni da ambo le parti, mi dici. Va bene, ti rispondo. E allora devi tenerti pure i giorni furibondi e traboccanti un bel sole, i miei "non ci sto", tiriamo avanti tra uno sciopero e un rincaro sorvegliandoci i cerotti a vicenda.
Io nel frattempo provo a trattenere dei conati, mi lascio annusare, con i social network neanche chi sbatte il mignolo contro lo spigolo è più da solo in questo mondo di spigoli ladri, mi ricordo di quando conoscersi era un contagocce avaro e senza voglia di giocare e pareva chissà che conquista mentre così è una scommessa persa, un gioco di ruolo troppo ben nutrito cui sottoporsi sospirando senza tener conto che sono davvero troppo vecchia.
C'è un'età per invecchiare, a proposito? Non sono troppo strana io?
E la recita può andare avanti a lungo perché Capodanno è ancora una tregua, e tu te la devi bere come una vodka troppo forte. Più si va avanti più andare avanti prende il significato di un mostruoso meccanismo di redistribuzione delle età. E' come andare in giro avendo sulla testa, appena sopra l'attaccatura dei capelli, un ago di bilancia e i due piatti laterali che scendono sopra le orecchie, e ad ogni ora devi decidere cosa mettere da quale lato.
Io non ho cuore di incolpare questo o quello se il piatto della bilancia decisamente pende da un lato, ho accantonato così tante me contando le briciole da ogni piatto man mano che le riponevo nelle mie brave confezioni sottovuoto pur di redistribuire il peso che certe volte mi fa male la schiena, di un dolore da febbre che sono dieci giorni che non se ne va (continua a ricordarmi quelle ore interminabili che ho passato con la fronte bollente su di te).
Tu sei un tasto dolente, tu che quando ci sei ci sei da sempre e imprescindibilmente, e tu che parti e quando parti sono pochi giorni furibondi che mi pulsano contro le tempie. Ora che tutto riprende a funzionare ad algoritmi devo per forza ricordarmi in ogni momento quanti tentativi ho fatto con me prima di arrendermi e capire che nessun algoritmo mi andava bene, che era un malfunzionamento genetico. Che ho preso i geni da ambo le parti, mi dici. Va bene, ti rispondo. E allora devi tenerti pure i giorni furibondi e traboccanti un bel sole, i miei "non ci sto", tiriamo avanti tra uno sciopero e un rincaro sorvegliandoci i cerotti a vicenda.
Io nel frattempo provo a trattenere dei conati, mi lascio annusare, con i social network neanche chi sbatte il mignolo contro lo spigolo è più da solo in questo mondo di spigoli ladri, mi ricordo di quando conoscersi era un contagocce avaro e senza voglia di giocare e pareva chissà che conquista mentre così è una scommessa persa, un gioco di ruolo troppo ben nutrito cui sottoporsi sospirando senza tener conto che sono davvero troppo vecchia.
C'è un'età per invecchiare, a proposito? Non sono troppo strana io?